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L’entropia del Bel Paese, i fantasmi di Nietzsche e la fuga dal futuro

L’entropia del Bel Paese, i fantasmi di Nietzsche e la fuga dal futuro

di Marco Pietro Monguzzi

Monastir (Tunisia), 15 ottobre 2025 — ore 11.41 (UTC+1)



Oggi, 15 ottobre 2026, lo sguardo cala sulla bella Italia avvolto in una grande euforia per la lunga, eccezionale durata e stabilità di questo governo. Eppure, sotto la patina rassicurante di una maggioranza che sembra essersi data come unico programma quello di "non andarsene mai", scorre un pensiero parallelo e ben più oscuro: la consapevolezza che l'immobilismo sia l'unica vera agenda. Travestiti da paladini della democrazia e rassicurati da un improbabile appoggio divino, i nostri governanti hanno perfezionato l'arte di nascondere il futuro.

Per capire il senso di questa stagnazione, basta guardare il calendario. In un caso di sincronicità storica quasi beffarda, il 15 ottobre ha dato i natali a due giganti che, se potessero osservare l'Italia di oggi, non avrebbero pietà per essa: il poeta e scrittore russo Michail Lermontov (1814) e il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844).
L'entropia dell'informazione e il recinto ermetico
Per decifrare il nostro presente, dobbiamo prima misurare quella che potremmo definire l'"entropia dell'informazione" del nostro sistema-Paese. Attingendo alla teoria dell'informazione di Shannon, un sistema sano riduce l'incertezza sul mondo esterno generando sorpresa e nuova conoscenza. Ma in Italia, come evidenziato dai dati del Media Pluralism Monitor europeo, il pluralismo strutturale è depresso da precarietà economica e conflitti di interesse.
Il risultato non è solo una libertà di stampa a metà, ma una frattura localistica regressiva. Assistiamo alla balkanizzazione dell'ecosistema informativo: le comunità digitali si aggregano in tribù autoreferenziali, protette da algoritmi e echo chambers. Si è passati dall'agorà pubblica a un arcipelago di monadi incomunicabili. In termini di teoria dell'informazione, questo "parrocchialismo informativo" rappresenta un drastico abbassamento dell'entropia semantica collettiva: zero sorpresa, zero rischio, pura ridondanza. Il campo delle possibili notizie si restringe a ciò che è prossimale o confermativo dei bias preesistenti. L'informazione non serve più a comprendere il mondo, ma a celebrare un rito di rassicurazione identitaria.
La provincializzazione e la Terza Ondata nascosta
Questa chiusura locale si salda con la cronica incapacità italiana di proiettare il dibattito su scala transnazionale. I problemi complessi vengono miniaturizzati sulla cronaca di prossimità o tradotti in chiave di polemica domestica.
Ma perché c'è questo assoluto bisogno di mantenere il recinto ermetico? Perché fuori da quel recinto si agita la "Terza Ondata". Mentre il dibattito pubblico è ostaggio del campanilismo, i grandi osservatori globali tracciano un quadro radicalmente diverso. Basta leggere i report appena usciti dal Bloomberg New Economy Forum: mentre a Shenzhen si inaugurava il primo distretto urbano gestito interamente da IA predittiva e il South China Morning Post celebrava la nuova alleanza hardware asiatico-africana, a Roma il Parlamento discuteva dell'ennesima proroga. Parallelamente, le analisi del Peterson Institute e di Natixis delineano uno scenario in cui l'impatto dell'IA sul lavoro sta per generare uno shock paragonabile, se non superiore, a quello della concorrenza manifatturiera cinese degli anni Duemila. A questo si aggiunge il rimodellamento demografico globale, con l'invecchiamento in Occidente e la crescita giovanile in altre aree che stanno già riscrivendo le catene del valore.
La classe dirigente europea e italiana, per non affrontare l'evoluzione del mondo e per mantenere i privilegi acquisiti, ha scelto di nascondere questa ondata evolutiva. È un paradosso storico: l'Unione Sovietica, nei suoi ultimi anni, aveva elaborato un'utopia in cui la modernizzazione tecnologica avrebbe dovuto liberare l'umanità dal lavoro meramente fisico. Oggi, di fronte a un'Intelligenza Artificiale che realmente sta trasformando il lavoro, l'Europa non ha alcuna utopia, alcun piano di emancipazione. Ha solo paura. E per non affrontare il trauma dell'adattamento, preferisce il conforto del campanile.
L'eroe del nostro tempo e l'Ultimo Uomo
Ed è qui che i fantasmi del 15 ottobre ci vengono in aiuto per completare la diagnosi.
Se guardiamo alla nostra classe politica e intellettuale attraverso le lenti di Michail Lermontov, non possiamo non vedere in essa il ritratto di Un eroe del nostro tempo. Il protagonista di Lermontov, Pečorin, è un uomo brillante, cinico, profondamente annoiato. È un "uomo superfluo" che spreca le sue immense energie in micro-drammi personali, in tatticismi amorosi e sociali, perché è incapace di trovare uno scopo storico. Non è questa la metafora perfetta dei nostri leader? Eccellenti nelle retrovie del tatticismo quotidiano e abilissimi nel mantenimento del potere, ma tragicamente paralizzati di fronte alla macro-storia. Sono gli "eroi" di un'epoca che ha rinunciato alla strategia: uomini superflui alla guida di un Paese che sta diventando superfluo.
E se proviamo ad ascoltare Friedrich Nietzsche, nato esattamente trent'anni dopo Lermontov, la critica si fa clinica. Non c'è bisogno di evocare il caos dionisiaco per capire il nostro dramma; basta guardare all'Ultimo Uomo. Descritto nel Così parlò Zarathustra, l'Ultimo Uomo è colui che ha inventato la "felicità", che cerca solo il comfort, la sicurezza e il gregge, rifuggendo ogni rischio e ogni grande sfida storica. Le echo chambers in cui ci siamo rinchiusi non sono altro che macchine per la produzione di bassa entropia: ambienti a zero sorpresa, dove l'informazione non serve a comprendere il mondo, ma a confermare che il recinto è ancora in piedi. Le tribù digitali italiane, dove la validazione della notizia non avviene per coerenza logica ma per appartenenza al gruppo, sono il trionfo di quella "morale del gregge" che Nietzsche tanto disprezzava. Abbiamo terrore della Terza Ondata, dell'IA e della competizione globale, e per questo abbiamo scelto l'ibernazione.
Rompere il recinto
Il 15 ottobre 2026 ci lascia in eredità l'illusione di una stabilità che è solo attesa della fine. L'Italia ha ridotto la sua entropia informativa per non sentire il rumore del mondo che cambia, ignorando i moniti che arrivano dai mercati globali e dalla storia. Ma la termodinamica non perdona: l'entropia, in un sistema chiuso, non porta solo al collasso, ma alla morte biologica.
Per affrontare la Terza Ondata, per governare l'IA e le biotecnologie senza esserne travolti, dovremmo avere il coraggio di smettere di essere gli "eroi" annoiati di Lermontov e gli Ultimi Uomini di Nietzsche. Dobbiamo avere la forza di uscire dal recinto protettivo del parrocchialismo. Il futuro non si nasconde sotto il tappeto del campanile, e la vera libertà non si trova nella garanzia del comfort. O si ha il coraggio di cavalcare il cambiamento globale, o si accetta di esserne lo spettatore passivo, destinati a estinguersi nel conforto della propria stanza.
Marco Pietro Monguzzi

Note e Glossario per il lettore

Per chi volesse approfondire i concetti chiave dell'articolo senza perdersi nel "giargon" accademico.
1. Cos'è l'"Entropia dell'informazione" (Claude Shannon)? Nella fisica, l'entropia è il disordine. Ma nel 1948, il matematico Claude Shannon usò questa parola per la teoria dell'informazione, dandole un significato opposto: l'entropia è la "sorpresa". Facciamo un esempio: Se lancio una moneta truccata che ha "Testa" su entrambe le facce, il risultato è certo. Non c'è sorpresa, l'entropia è zero, e non ricevo nessuna nuova informazione. Se lancio una moneta normale, il risultato è incerto (massima sorpresa), quindi l'entropia è alta. Nell'articolo: Quando si dice che l'Italia ha "abbassato l'entropia informativa", si intende che ci siamo rinchiusi in bolle (i social media, i giornali di parte) che ci dicono solo ciò che vogliamo già sentire. È come lanciare la moneta truccata: zero sorpresa, zero crescita, pura noia.
2. Cos'è il "Media Pluralism Monitor" e la "Balkanizzazione"? Il Media Pluralism Monitor è un "check-up" annuale fatto dall'Europa per misurare la salute e la libertà dei media nei vari Paesi. La Balkanizzazione è un termine politico che indica la frammentazione di un'area grande in tanti piccoli pezzi ostili tra loro (prende il nome dalla Penisola Balcanica, storicamente divisa). Nell'articolo significa che non abbiamo più un dibattito pubblico nazionale unito, ma migliaia di piccoli "staterelli" digitali (le tifoserie da social network) che non comunicano tra loro e si odiano a vicenda.
3. Cos'è la "Terza Ondata" e chi sono gli osservatori citati? La "Terza Ondata" (spesso chiamata anche Quarta Rivoluzione Industriale) si riferisce allo shock tecnologico attuale, guidato dall'Intelligenza Artificiale, dalle biotecnologie e dall'automazione spinta. Per capire quanto sia grave, l'articolo cita dei "termometri" globali:
  • Bloomberg New Economy Forum: Un summit dove i grandi poteri economici mondiali discutono del futuro dell'economia e della tecnologia.
  • Peterson Institute e Natixis: Due dei più importanti think tank (centri di ricerca e analisi) al mondo. Se loro dicono che l'IA cambierà il lavoro più di quanto fece la Cina negli anni 2000, c'è da fidarsi.
4. Chi era Michail Lermontov e cos'è un "Uomo Superfluo"? Michail Lermontov è stato un grandissimo scrittore russo dell'800. Il suo romanzo Un eroe del nostro tempo racconta la storia di Pečorin. Pečorin è il tipico "Uomo Superfluo" della letteratura russa: un ragazzo intelligentissimo, affascinante, pieno di energie, ma completamente inutile alla società. Invece di fare grandi cose, spreca il suo tempo in duelli, giochi d'azzardo e conquiste amorose, perché è annoiato e non crede in nulla. Nell'articolo, è la metafora perfetta per i nostri politici: bravissimi nelle piccole manovre di palazzo (le tattiche), ma del tutto inutili per risolvere i grandi problemi del Paese.
5. Chi è l'"Ultimo Uomo" di Friedrich Nietzsche? Friedrich Nietzsche è uno dei filosofi più importanti di sempre. Nel suo libro Così parlò Zarathustra, immagina il futuro dell'umanità. Da una parte c'è l'Oltreuomo (chi crea, chi rischia, chi abbraccia la vita in tutta la sua difficoltà). Dall'altra c'è l'Ultimo Uomo. L'Ultimo Uomo è l'antieroe per eccellenza. È colui che ha eliminato ogni fatica, ogni rischio e ogni grande ideale pur di stare al calduccio. Non vuole più guardare le stelle, non vuole più sforzarsi, vuole solo il suo piccolo comfort, la sua piccola sicurezza e stare in mezzo al "gregge" (la massa) per non sentirsi diverso. Nietzsche lo descrive mentre "sbatte le palpebre" soddisfatto della sua mediocrità. Nell'articolo, l'Ultimo Uomo è l'italiano medio (e la sua classe dirigente) che ha paura dell'Intelligenza Artificiale e del futuro, e preferisce nascondersi dietro le proprie certezze da campanile pur di non affrontare la fatica del cambiamento.
6. Cosa sono le "Monadi" (da Pitagora a Leibniz)? Nell'articolo si parla di un "arcipelago di monadi incomunicabili". Ma cos'è una monade? È un concetto filosofico affascinante che ha cambiato significato per oltre duemila anni, passando dalla matematica alla psicologia dei social network. Ecco la sua evoluzione:
  • I Pitagorici: L'Uno matematico. Per i seguaci di Pitagora (nell'antica Grecia), la "monade" era semplicemente l'Unità, l'Uno assoluto. Era il principio matematico da cui nascevano tutti gli altri numeri e, di conseguenza, l'ordine e l'armonia dell'universo. Era un concetto astratto, legato alla geometria e al cosmo.
  • Giordano Bruno: L'atomo vivente. Nel Rinascimento, il filosofo Giordano Bruno fa un passo avanti: la monade smette di essere solo un numero astratto e diventa il "mattone" minimo e indivisibile della realtà. Non è più solo geometria, ma un atomo che è vivo e animato (unendo materia e spirito).
  • Leibniz: Le "Monadi senza finestre". Nel 1714, il grande genio Gottfried Wilhelm Leibniz rivoluziona tutto. Per lui, l'universo non è fatto di una sola Monade (l'Uno di Pitagora), ma di infinite monadi. Non sono pezzi di materia, ma veri e propri "atomi spirituali", centri di coscienza. La caratteristica più geniale (e terrificante) delle monadi di Leibniz è che sono "senza finestre". Significa che sono completamente isolate: non possono ricevere input dall'esterno né comunicare direttamente con le altre. Ognuna vive nel suo mondo interno, sviluppando i propri pensieri in modo autonomo. Come fanno a formare un universo ordinato se non comunicano? Leibniz dice che è Dio ad averle sincronizzate tutte perfettamente fin dall'inizio (la famosa "armonia prestabilita"), come tanti orologi perfetti regolati sulla stessa ora.
Perché l'abbiamo usata nell'articolo? Quando oggi parliamo di "monadi incomunicabili" sui social network, usiamo proprio l'immagine di Leibniz. Le nostre "tribù digitali" e le echo chambers sono come le monadi leibniziane: chiuse in se stesse, "senza finestre" verso chi la pensa diversamente. Ognuna vive nella propria bolla, convinta di avere ragione, senza poter davvero comunicare o scambiare idee con le altre. La differenza tragica è che, a differenza dell'universo di Leibniz, non c'è nessun Dio a garantire la nostra "armonia prestabilita": c'è solo il rumore di un Paese che ha chiuso le finestre e non sa più dialogare.

Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero

 

Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero


di Marco Pietro Monguzzi

Monatir  7 ottobre 2026


Mentre il mondo si affanna per gli avatar digitali e il nuovo feudalesimo tecnologico, l'unica vera resistenza è recuperare la lentezza del pensiero critico.

7 ottobre 2026. Ieri sera ho ricevuto le prime, affascinanti immagini di una copiosa nevicata in montagna, lontano da qui. Laggiù il clima accarezza l'autunno e, dopo un settembre di maltempo, la natura offre ora giornate indimenticabili.

Il mio sguardo, oltre l'attuale orizzonte, si posa su un vecchio albero di tasso del giardino. È una pianta dalla crescita lentissima, dalle radici tenaci, che resiste al tempo e alle intemperie. La ricordo e mi sembra la perfetta, malinconica metafora di quel "giardino dimenticato del pensiero" umano: un luogo lento, antico, faticoso, che oggi stiamo barbarmente sacrificando sull'altare della fretta digitale. E infatti, basta voltarsi verso lo schermo per trovare l'esatto opposto di quella pace.

L’eco delle notizie rimbomba su Ebola e nuove minacce pandemiche da monitorare secondo l'OMS, mentre lo scenario della geopolitica globale è un insieme di botte da orbi: per dirla in termini spicci, “se le stanno dando di santa ragione”.

Per il resto, osservo l'evoluzione socio-tecnologica in corso e mi accorgo che fatico a mantenerne il ritmo. La lucidità mentale, con gli anni, deve fare i conti con il tempo e, alla vetusta età di quasi ottant'anni, verrebbe quasi da autocompatirsi. Ma poi guardo da vicino gli sviluppi dell'Intelligenza Artificiale e degli agenti digitali, e il quadro diventa a dir poco kafkiano se raffrontato alla scala umana delle priorità e dei profitti.

In Cina, ad esempio, è in corso un programma pilota per il rilascio di carte d'identità a "esseri umani digitali" generati tramite IA. Il documento riporta nome, data di nascita, indirizzo e tratti somatici, e consente a queste entità di possedere un portafoglio di valuta digitale. All'inizio di quest'anno, il primo avatar ha ricevuto un documento ufficiale dal governo: un'identità che permette ai suoi creatori di aprire wallet aziendali e stringere partnership commerciali in settori quali moda, videogiochi e automotive.

Secondo un rapporto del 2025 della Communication University of China, in Cina esistono almeno 1,3 milioni di aziende legate al settore degli umani digitali. Il mese scorso, Pechino ha pubblicato una nuova guida per le emittenti televisive e i servizi di streaming, esortandoli a registrare i propri avatar. Ciò avviene mentre varie agenzie governative varano piani per regolamentarli, in linea con l'iniziativa del presidente Xi Jinping di sviluppare "nuove forze produttive di qualità" e rafforzare l'autosufficienza del Paese nell'IA.

Se in Cina l'uso è legato al live-commerce e alla propaganda, il mercato globale è significativamente più ampio, guidato dal Nord America con l'Asia-Pacifico in rapidissima ascesa. A livello mondiale, il mercato degli esseri umani digitali è stimato tra i 31 e i 50 miliardi di dollari nel biennio 2024-2025. Le proiezioni indicano una crescita esplosiva (circa il 40% annuo), che porterà il settore a superare i 250 miliardi entro il 2030. L'Europa segue con una forte adozione nel retail, nella moda di lusso, nei servizi finanziari e in ambito educativo.

Come stiamo usando questi "umani"?

  • Influencer Virtuali: Gli avatar iper-realistici dominano il marketing. La modella nippo-americana Lil Miquela ha milioni di follower e ha lavorato per Calvin Klein e Prada; la giapponese Imma collabora con Tommy Hilfiger e IKEA. Sono ormai uno standard per abbattere i costi dei servizi fotografici.

  • Intrattenimento e K-Pop: In Corea del Sud le "Virtual Idol" sono un fenomeno di massa. Gruppi come le Mave o le K/DA ottengono milioni di visualizzazioni. In Giappone, la cultura dei VTuber è un'industria a sé stante che genera profitti altissimi.

  • Assistenza e Sanità: Banche e grandi aziende sostituiscono i chatbot testuali con assistenti visivi dotati di riconoscimento emotivo. Nel settore sanitario, gli avatar offrono supporto psicologico e vengono usati per la formazione medica in realtà virtuale.

Il nodo fiscale: chi paga le tasse per un umano che non esiste? Poiché un avatar non possiede personalità giuridica, non è un soggetto fiscale. L'obbligo di dichiarare i proventi ricade sull'entità legale che ne detiene la proprietà intellettuale. Ma il trattamento fiscale presenta peculiarità enormi rispetto agli influencer in carne ed ossa:

  1. Reddito d'impresa vs Partita IVA: Se l'avatar è di un'agenzia, i compensi confluiscono a bilancio come ricavi aziendali (soggetti a IRES). Se dietro c'è un creatore indipendente, i proventi rientrano nel lavoro autonomo (in Italia con codice ATECO 73.11.03), con pagamento di IRPEF e contributi INPS.

  2. Il vantaggio della Proprietà Intellettuale: Questa è la vera differenza. L'umano cede i diritti della propria immagine; l'avatar è un asset immateriale, un'opera dell'ingegno. Quando un brand assume un avatar, paga una licenza d'uso. I ricavi possono essere inquadrati come diritto d'autore, godendo in Italia di una tassazione agevolata (deduzioni forfettarie fino al 25% o 40% per i giovani) senza documentare le spese. A livello societario, si può sfruttare il Patent Box.

  3. IVA e Barter: Le prestazioni sono servizi commerciali soggetti a IVA. Attenzione poi ai "cambi merci": se un brand invia prodotti fisici al creatore per digitalizzarli, quel bene ricevuto in "regalo" è una prestazione in natura: va quantificato e tassato come reddito effettivo.

  4. I controlli (Direttiva DAC7): È sempre più difficile nascondere i guadagni. In UE, le piattaforme comunicano in automatico al fisco i compensi lordi dei creatori sopra i 2.000 euro annui. Il fisco incrocia i dati con i conti correnti.

L'arma del ritardo: perché i media e la politica tacciono Ma c’è un paradosso enorme, un silenzio assordante che avvolge tutto questo. Mentre l'informatica e la rete corrono a velocità inaudite, le persone comuni vengono tenute rigorosamente all'oscuro. I media tradizionali e la classe politica, con una complicità che rasenta il cinismo, filtrano e annacquano queste rivoluzioni, riducendole a banalità o a spauracchi fantascientifici.

Non è disinteresse, è una strategia precisa: il ritardo. In un Paese come l’Italia, il "ritardo sociale" e digitale non è un difetto di fabbrica, ma il vero, inconfessabile motore del potere. Mantenere la popolazione indietro, analfabeta funzionale rispetto alle vere dinamiche della rete e dell'automazione, serve a preservare intatti i privilegi della casta politica e burocratica. Se il cittadino medio comprendesse davvero come l'IA stia ridisegnando l'economia, o come i dati vengano usati per manipolarne il consenso, la rabbia esploderebbe. Il ritardo cognitivo imposto dall'alto è l'unico argine al cambiamento, l'unico modo per mantenere la sudditanza di un popolo a cui viene negato il diritto di comprendere il proprio futuro.

Il vero nervo scoperto: il mantenimento dello status quo E veniamo al punto cruciale, il vero nervo scoperto della questione. Se un algoritmo o un automa sostituisce un lavoratore, lo Stato perde l'imposta sul reddito e i contributi previdenziali. Se continuiamo a spremere fiscalmente solo il lavoro umano (che inevitabilmente si ridurrà) per mantenere il sistema, il welfare state collasserà. Tassare la ricchezza generata dall'automazione servirebbe a finanziare un Reddito di Base Universale, sganciando finalmente la sopravvivenza umana dalla necessità di dover produrre a tutti i costi.

Ma qui tocchiamo l'ostacolo sistemico. Storicamente, l'intera architettura delle nostre società si basa su un patto in cui il lavoro salariato è il principale strumento di sussistenza, ma anche di disciplina e organizzazione sociale. La necessità di lavorare per non finire per strada, unita alla gestione del debito privato, è ciò che tiene in riga il sistema.

Se le macchine producessero l'essenziale e questa ricchezza venisse redistribuita, si spezzerebbe questo millenario meccanismo di dipendenza. Le persone avrebbero un'enorme disponibilità di tempo libero, sicurezza psicologica e risorse per dedicarsi all'istruzione, alla creatività, alla politica o al pensiero critico. In un paradigma simile, i tradizionali strumenti di controllo di massa — la paura della disoccupazione, l'ansia economica e il logoramento del tempo — perderebbero di colpo la loro efficacia. È molto difficile dire a un cittadino sereno, istruito e con i bisogni primari garantiti cosa deve fare o pensare.

Il vero ostacolo alla tassazione dell'IA e alla redistribuzione non è quindi solo tecnico, ma profondamente politico. Significherebbe passare da un'economia costruita sulla scarsità e sulla competizione per sopravvivere, a una basata sull'abbondanza e sulla liberazione del tempo.

Chi oggi detiene i mezzi di produzione intellettuale — i grandi colossi del Tech che possiedono i server, i modelli linguistici e i brevetti degli avatar — ha un potere contrattuale superiore a quello di molti Stati nazionali. La vera sfida dei prossimi anni non sarà calcolare l'aliquota per una "macchina pensante", ma capire se le democrazie avranno la forza politica di riprendersi il controllo della ricchezza prodotta, o se accetteranno di diventare semplici spettatrici di un nuovo feudalesimo digitale.

Marco Pietro Monguzzi

Lingotto 0.2: L'illusione immateriale e il paradosso della tartaruga

 Fiat così sia fatto.

Lingotto 0.2: L'illusione immateriale e il paradosso della tartaruga

Dall'illusione della neutralità ai miliardi della difesa nascosti dall'Articolo 346. Il continente si sta trasformando in un museo a cielo aperto. Ma la vera sovranità non si gioca nel software: serve una nuova manifattura profonda.

L'illusione di ciò che l'Europa crede di essere sta vacillando, a partire dai suoi margini. Il prossimo referendum in Svizzera sulla "neutralità restrittiva" è il tentativo nostalgico di dichiarare: «Noi restiamo fuori dal caos globale». È il desiderio prettamente umano di costruire un recinto sicuro. Eppure, la notizia passata in sordina è che Berna ha recentemente aggiornato il suo accordo con Pechino per abbattere i dazi sul 99,8% delle sue esportazioni verso la Cina.

La realtà, tuttavia, bussa inesorabilmente alla porta. Alle porte dell'Europa, nel Mediterraneo, la vicenda dei flussi migratori verso Ceuta non è stata solo una crisi umanitaria, ma un masterclass di interdipendenza weaponizzata. Il Marocco ha dimostrato che, in un mondo privo di vera potenza dura, i flussi migratori possono essere usati come leva geopolitica per piegare le capitali europee. L'intelligence locale aveva previsto tutto, ma il messaggio si è perso nelle "trame oscure" di una politica spagnola ed europea paralizzata. La lezione sistemica è chiara: non esiste la neutralità. Senza la forza industriale e militare per sostenere le proprie posizioni, i "confini basati sulle regole" sono solo suggerimenti.

A livello industriale, il quadro è altrettanto spietato. Le élite occidentali si cullano in una favola antica. Da Esopo (VI secolo a.C.) a Fedro (I secolo d.C.), fino alla rielaborazione di Jean de La Fontaine (XVII secolo), la favola della "Lepre e della Tartaruga" ci ha insegnato che la costanza e la misura battono la velocità arrogante. L'Europa si è convinta di essere la tartaruga saggia, destinata a vincere grazie alla "qualità umana", al welfare e alla regolamentazione.

Ma c'è un errore di fondo in questa lettura. La Fontaine scriveva in un mondo dove la pista di gara era fissa e le regole della fisica immutate. Oggi, Cina e Stati Uniti non stanno solo correndo più veloci della lepre: stanno asfaltando la pista e costruendo un razzo. Non producono più "cose", stanno producendo la capacità di produrre cose. L'Europa non sta perdendo la gara della tartaruga; sta semplicemente scoprendo che la competizione è finita e che lei non era nemmeno sullo stesso campo da gioco. Ha scelto di vendere i biglietti d'ingresso per guardare gli altri correre.

L'Europa non sarà la tartaruga vincitrice. Sarà un bellissimo, iper-regolamentato museo a cielo aperto, dove ex operai specializzati faranno da guide turistiche per i manager asiatici, spiegando loro come, un tempo, l'Occidente sapeva costruire.

È in atto la "Lingottizzazione" dell'Europa. Il parallelo con la trasformazione del Lingotto FIAT non è una suggestione poetica, ma il modello esatto di economia politica che le élite europee stanno applicando all'intero continente. Da cattedrale dell'industria, il Lingotto è stato svuotato della sua funzione produttiva per diventare un centro commerciale e un hotel di lusso. È stata mantenuta la pista di collaudo sul tetto, non per testare auto in serie, ma per far sfilare veicoli d'epoca. L'Europa sta percorrendo le stesse tappe. Cosa teniamo sul "tetto" dell'Europa? Le regole. L'AI Act, il GDPR. Sono la nostra "pista di collaudo": bellissime, invidiate, ma utili solo a far girare il lusso o a costringere le multinazionali a un "giro turistico" tra le nostre norme etiche. La produzione vera, quella che suda e sporca, è altrove.

Se l'Europa non ha i robot per competere con l'Asia e non può più delocalizzare in Cina, dove trasferisce il peso? Nello schiavismo di prossimità e nella gig economy. L'ex operaio specializzato non viene licenziato in tronco, ma "riqualificato" a diventare il rider. La sua dignità di produttore di ricchezza materiale viene sostituita dalla precarietà dell'erogatore di servizi.

Mentre siamo pronti a condannare l'opacità delle autocrazie, fatichiamo ad ammettere un difetto strutturale altrettanto grave, abilmente nascosto dietro le pieghe del nostro stesso diritto. Prendiamo la corsa al riarmo. L'Italia, da sola, ha appena richiesto 8 miliardi di euro attingendo ai nuovi strumenti di finanziamento della difesa europea (tra l'EDIP, l'EDIRPA e il fondo EDF). I difensori del sistema ci rassicurano sulla trasparenza: i flussi finanziari sono tracciati. Ma è un'illusione ottica. L'articolo 346 del TFUE permette agli Stati di segretare le informazioni se la loro divulgazione compromette la "sicurezza nazionale". Non è una scappatoia recente, ma il peccato originale dei Trattati. Il risultato è un cortocircuito democratico: sapremo esattamente quanti soldi pubblici finiranno ai grandi consorzi bellici, ma ci verrà negato il diritto di sapere cosa stiano costruendo e perché. La trasparenza contabile diventa il paravento perfetto per l'opacità strategica, trasformando questi 8 miliardi in un gigantesco meccanismo di welfare aziendale per l'industria bellica, sottratto al dibattito pubblico.

E mentre blindiamo l'industria bellica dietro l'Articolo 346, ci raccontano che il futuro sarà immateriale. Ma qui si nasconde il paradosso più grande, l'illusione finale dell'Europa: credere di poter salvare il continente rifugiandosi nel codice. C'è chi sostiene che la salvezza stia nell'Open Source o nel calcolo quantistico. È una mezza verità che rischia di diventare una trappola mortale. L'open source, senza un capitale computazionale sovrano, è un'elemosina: i grandi modelli aperti vengono addestrati su cluster da centinaia di milioni di dollari posseduti dalle Big Tech americane. Il software sarà anche libero, ma l'hardware che lo esegue è un oligopolio a stelle e strisce. Allo stesso modo, il calcolo quantistico non è solo teoria degli algoritmi. Richiede fonderie fotoniche, materiali superconduttori, packaging criogenico, terre rare. Se l'Europa pensa di competere nel quantistico limitandosi a scrivere il codice e le regole, mentre lascia che l'Asia e gli USA producano i refrigeratori a zero assoluto, sta semplicemente costruendo un "Lingotto 0.2": un museo dell'immateriale, dipendente dall'altrui fisica.

La vera via di fuga non è abbandonare la fabbrica, ma reinventarla nella Deep Tech. Il margine d'azione esiste, ma richiede di ricucire lo strappo tra la logica e il sudore. L'Europa non può competere sulla manifattura di massa a basso costo, ma può presidiare l'intera filiera fisica delle tecnologie critiche. Se creasse un "CERN del Quantistico e della Fotonica", non dovrebbe limitarsi ai laboratori teorici, ma integrare la produzione dei materiali superconduttori e dei sistemi criogenici.

E qui si colma il divario sociale. L'ex operaio della filiera automotive o meccatronica non è destinato a diventare un rider. Le sue competenze, se il sistema decidesse di investirvi, sono esattamente quelle necessarie per la nuova manifattura profonda: la manutenzione di precisione per i sistemi criogenici, l'assemblaggio in camera bianca per la fotonica, la produzione di componentistica per l'aerospazio. Non si tratta di tornare a produrre automobili, ma di riconvertire la dignità del lavoro manuale verso la costruzione dell'infrastruttura fisica del futuro.

La conclusione è un bivio. Nel 2026, l'Europa sta usando 8 miliardi di euro per la difesa non per costruire uno scudo, ma per compilare un catalogo prodotti, blindando l'industria bellica dietro l'Articolo 346. Il destino del "Museo a cielo aperto" è la traiettoria naturale di un continente che ha accettato la propria Lingottizzazione, illudendosi che le regole e il software possano sostituire le fabbriche e la potenza.

Ma sul tetto di questo museo, invece di far girare le auto d'epoca per i turisti, l'Europa potrebbe decidere di installare le fonderie fotoniche e i laboratori criogenici. Può scegliere di vendere i biglietti per guardare gli altri correre, oppure può scegliere di forgiare, con il sudore e la scienza, il terreno fisico su cui, domani, gli altri correranno.

Il conto, in entrambi i casi, lo pagheranno i cittadini. Ma nel secondo caso, non lo pagheranno per un museo. Lo pagheranno per la propria sovranità. Fiat così sia fatto.


Marco Pietro Monguzzi

Marco Pietro Monguzzi si occupa di sovranità tecnologica, politiche industriali e transizione verso il Deep Tech