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Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero

 

Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero


di Marco Pietro Monguzzi

Monatir  7 ottobre 2026


Mentre il mondo si affanna per gli avatar digitali e il nuovo feudalesimo tecnologico, l'unica vera resistenza è recuperare la lentezza del pensiero critico.

7 ottobre 2026. Ieri sera ho ricevuto le prime, affascinanti immagini di una copiosa nevicata in montagna, lontano da qui. Laggiù il clima accarezza l'autunno e, dopo un settembre di maltempo, la natura offre ora giornate indimenticabili.

Il mio sguardo, oltre l'attuale orizzonte, si posa su un vecchio albero di tasso del giardino. È una pianta dalla crescita lentissima, dalle radici tenaci, che resiste al tempo e alle intemperie. La ricordo e mi sembra la perfetta, malinconica metafora di quel "giardino dimenticato del pensiero" umano: un luogo lento, antico, faticoso, che oggi stiamo barbarmente sacrificando sull'altare della fretta digitale. E infatti, basta voltarsi verso lo schermo per trovare l'esatto opposto di quella pace.

L’eco delle notizie rimbomba su Ebola e nuove minacce pandemiche da monitorare secondo l'OMS, mentre lo scenario della geopolitica globale è un insieme di botte da orbi: per dirla in termini spicci, “se le stanno dando di santa ragione”.

Per il resto, osservo l'evoluzione socio-tecnologica in corso e mi accorgo che fatico a mantenerne il ritmo. La lucidità mentale, con gli anni, deve fare i conti con il tempo e, alla vetusta età di quasi ottant'anni, verrebbe quasi da autocompatirsi. Ma poi guardo da vicino gli sviluppi dell'Intelligenza Artificiale e degli agenti digitali, e il quadro diventa a dir poco kafkiano se raffrontato alla scala umana delle priorità e dei profitti.

In Cina, ad esempio, è in corso un programma pilota per il rilascio di carte d'identità a "esseri umani digitali" generati tramite IA. Il documento riporta nome, data di nascita, indirizzo e tratti somatici, e consente a queste entità di possedere un portafoglio di valuta digitale. All'inizio di quest'anno, il primo avatar ha ricevuto un documento ufficiale dal governo: un'identità che permette ai suoi creatori di aprire wallet aziendali e stringere partnership commerciali in settori quali moda, videogiochi e automotive.

Secondo un rapporto del 2025 della Communication University of China, in Cina esistono almeno 1,3 milioni di aziende legate al settore degli umani digitali. Il mese scorso, Pechino ha pubblicato una nuova guida per le emittenti televisive e i servizi di streaming, esortandoli a registrare i propri avatar. Ciò avviene mentre varie agenzie governative varano piani per regolamentarli, in linea con l'iniziativa del presidente Xi Jinping di sviluppare "nuove forze produttive di qualità" e rafforzare l'autosufficienza del Paese nell'IA.

Se in Cina l'uso è legato al live-commerce e alla propaganda, il mercato globale è significativamente più ampio, guidato dal Nord America con l'Asia-Pacifico in rapidissima ascesa. A livello mondiale, il mercato degli esseri umani digitali è stimato tra i 31 e i 50 miliardi di dollari nel biennio 2024-2025. Le proiezioni indicano una crescita esplosiva (circa il 40% annuo), che porterà il settore a superare i 250 miliardi entro il 2030. L'Europa segue con una forte adozione nel retail, nella moda di lusso, nei servizi finanziari e in ambito educativo.

Come stiamo usando questi "umani"?

  • Influencer Virtuali: Gli avatar iper-realistici dominano il marketing. La modella nippo-americana Lil Miquela ha milioni di follower e ha lavorato per Calvin Klein e Prada; la giapponese Imma collabora con Tommy Hilfiger e IKEA. Sono ormai uno standard per abbattere i costi dei servizi fotografici.

  • Intrattenimento e K-Pop: In Corea del Sud le "Virtual Idol" sono un fenomeno di massa. Gruppi come le Mave o le K/DA ottengono milioni di visualizzazioni. In Giappone, la cultura dei VTuber è un'industria a sé stante che genera profitti altissimi.

  • Assistenza e Sanità: Banche e grandi aziende sostituiscono i chatbot testuali con assistenti visivi dotati di riconoscimento emotivo. Nel settore sanitario, gli avatar offrono supporto psicologico e vengono usati per la formazione medica in realtà virtuale.

Il nodo fiscale: chi paga le tasse per un umano che non esiste? Poiché un avatar non possiede personalità giuridica, non è un soggetto fiscale. L'obbligo di dichiarare i proventi ricade sull'entità legale che ne detiene la proprietà intellettuale. Ma il trattamento fiscale presenta peculiarità enormi rispetto agli influencer in carne ed ossa:

  1. Reddito d'impresa vs Partita IVA: Se l'avatar è di un'agenzia, i compensi confluiscono a bilancio come ricavi aziendali (soggetti a IRES). Se dietro c'è un creatore indipendente, i proventi rientrano nel lavoro autonomo (in Italia con codice ATECO 73.11.03), con pagamento di IRPEF e contributi INPS.

  2. Il vantaggio della Proprietà Intellettuale: Questa è la vera differenza. L'umano cede i diritti della propria immagine; l'avatar è un asset immateriale, un'opera dell'ingegno. Quando un brand assume un avatar, paga una licenza d'uso. I ricavi possono essere inquadrati come diritto d'autore, godendo in Italia di una tassazione agevolata (deduzioni forfettarie fino al 25% o 40% per i giovani) senza documentare le spese. A livello societario, si può sfruttare il Patent Box.

  3. IVA e Barter: Le prestazioni sono servizi commerciali soggetti a IVA. Attenzione poi ai "cambi merci": se un brand invia prodotti fisici al creatore per digitalizzarli, quel bene ricevuto in "regalo" è una prestazione in natura: va quantificato e tassato come reddito effettivo.

  4. I controlli (Direttiva DAC7): È sempre più difficile nascondere i guadagni. In UE, le piattaforme comunicano in automatico al fisco i compensi lordi dei creatori sopra i 2.000 euro annui. Il fisco incrocia i dati con i conti correnti.

L'arma del ritardo: perché i media e la politica tacciono Ma c’è un paradosso enorme, un silenzio assordante che avvolge tutto questo. Mentre l'informatica e la rete corrono a velocità inaudite, le persone comuni vengono tenute rigorosamente all'oscuro. I media tradizionali e la classe politica, con una complicità che rasenta il cinismo, filtrano e annacquano queste rivoluzioni, riducendole a banalità o a spauracchi fantascientifici.

Non è disinteresse, è una strategia precisa: il ritardo. In un Paese come l’Italia, il "ritardo sociale" e digitale non è un difetto di fabbrica, ma il vero, inconfessabile motore del potere. Mantenere la popolazione indietro, analfabeta funzionale rispetto alle vere dinamiche della rete e dell'automazione, serve a preservare intatti i privilegi della casta politica e burocratica. Se il cittadino medio comprendesse davvero come l'IA stia ridisegnando l'economia, o come i dati vengano usati per manipolarne il consenso, la rabbia esploderebbe. Il ritardo cognitivo imposto dall'alto è l'unico argine al cambiamento, l'unico modo per mantenere la sudditanza di un popolo a cui viene negato il diritto di comprendere il proprio futuro.

Il vero nervo scoperto: il mantenimento dello status quo E veniamo al punto cruciale, il vero nervo scoperto della questione. Se un algoritmo o un automa sostituisce un lavoratore, lo Stato perde l'imposta sul reddito e i contributi previdenziali. Se continuiamo a spremere fiscalmente solo il lavoro umano (che inevitabilmente si ridurrà) per mantenere il sistema, il welfare state collasserà. Tassare la ricchezza generata dall'automazione servirebbe a finanziare un Reddito di Base Universale, sganciando finalmente la sopravvivenza umana dalla necessità di dover produrre a tutti i costi.

Ma qui tocchiamo l'ostacolo sistemico. Storicamente, l'intera architettura delle nostre società si basa su un patto in cui il lavoro salariato è il principale strumento di sussistenza, ma anche di disciplina e organizzazione sociale. La necessità di lavorare per non finire per strada, unita alla gestione del debito privato, è ciò che tiene in riga il sistema.

Se le macchine producessero l'essenziale e questa ricchezza venisse redistribuita, si spezzerebbe questo millenario meccanismo di dipendenza. Le persone avrebbero un'enorme disponibilità di tempo libero, sicurezza psicologica e risorse per dedicarsi all'istruzione, alla creatività, alla politica o al pensiero critico. In un paradigma simile, i tradizionali strumenti di controllo di massa — la paura della disoccupazione, l'ansia economica e il logoramento del tempo — perderebbero di colpo la loro efficacia. È molto difficile dire a un cittadino sereno, istruito e con i bisogni primari garantiti cosa deve fare o pensare.

Il vero ostacolo alla tassazione dell'IA e alla redistribuzione non è quindi solo tecnico, ma profondamente politico. Significherebbe passare da un'economia costruita sulla scarsità e sulla competizione per sopravvivere, a una basata sull'abbondanza e sulla liberazione del tempo.

Chi oggi detiene i mezzi di produzione intellettuale — i grandi colossi del Tech che possiedono i server, i modelli linguistici e i brevetti degli avatar — ha un potere contrattuale superiore a quello di molti Stati nazionali. La vera sfida dei prossimi anni non sarà calcolare l'aliquota per una "macchina pensante", ma capire se le democrazie avranno la forza politica di riprendersi il controllo della ricchezza prodotta, o se accetteranno di diventare semplici spettatrici di un nuovo feudalesimo digitale.

Marco Pietro Monguzzi

Lingotto 0.2: L'illusione immateriale e il paradosso della tartaruga

 Fiat così sia fatto.

Lingotto 0.2: L'illusione immateriale e il paradosso della tartaruga

Dall'illusione della neutralità ai miliardi della difesa nascosti dall'Articolo 346. Il continente si sta trasformando in un museo a cielo aperto. Ma la vera sovranità non si gioca nel software: serve una nuova manifattura profonda.

L'illusione di ciò che l'Europa crede di essere sta vacillando, a partire dai suoi margini. Il prossimo referendum in Svizzera sulla "neutralità restrittiva" è il tentativo nostalgico di dichiarare: «Noi restiamo fuori dal caos globale». È il desiderio prettamente umano di costruire un recinto sicuro. Eppure, la notizia passata in sordina è che Berna ha recentemente aggiornato il suo accordo con Pechino per abbattere i dazi sul 99,8% delle sue esportazioni verso la Cina.

La realtà, tuttavia, bussa inesorabilmente alla porta. Alle porte dell'Europa, nel Mediterraneo, la vicenda dei flussi migratori verso Ceuta non è stata solo una crisi umanitaria, ma un masterclass di interdipendenza weaponizzata. Il Marocco ha dimostrato che, in un mondo privo di vera potenza dura, i flussi migratori possono essere usati come leva geopolitica per piegare le capitali europee. L'intelligence locale aveva previsto tutto, ma il messaggio si è perso nelle "trame oscure" di una politica spagnola ed europea paralizzata. La lezione sistemica è chiara: non esiste la neutralità. Senza la forza industriale e militare per sostenere le proprie posizioni, i "confini basati sulle regole" sono solo suggerimenti.

A livello industriale, il quadro è altrettanto spietato. Le élite occidentali si cullano in una favola antica. Da Esopo (VI secolo a.C.) a Fedro (I secolo d.C.), fino alla rielaborazione di Jean de La Fontaine (XVII secolo), la favola della "Lepre e della Tartaruga" ci ha insegnato che la costanza e la misura battono la velocità arrogante. L'Europa si è convinta di essere la tartaruga saggia, destinata a vincere grazie alla "qualità umana", al welfare e alla regolamentazione.

Ma c'è un errore di fondo in questa lettura. La Fontaine scriveva in un mondo dove la pista di gara era fissa e le regole della fisica immutate. Oggi, Cina e Stati Uniti non stanno solo correndo più veloci della lepre: stanno asfaltando la pista e costruendo un razzo. Non producono più "cose", stanno producendo la capacità di produrre cose. L'Europa non sta perdendo la gara della tartaruga; sta semplicemente scoprendo che la competizione è finita e che lei non era nemmeno sullo stesso campo da gioco. Ha scelto di vendere i biglietti d'ingresso per guardare gli altri correre.

L'Europa non sarà la tartaruga vincitrice. Sarà un bellissimo, iper-regolamentato museo a cielo aperto, dove ex operai specializzati faranno da guide turistiche per i manager asiatici, spiegando loro come, un tempo, l'Occidente sapeva costruire.

È in atto la "Lingottizzazione" dell'Europa. Il parallelo con la trasformazione del Lingotto FIAT non è una suggestione poetica, ma il modello esatto di economia politica che le élite europee stanno applicando all'intero continente. Da cattedrale dell'industria, il Lingotto è stato svuotato della sua funzione produttiva per diventare un centro commerciale e un hotel di lusso. È stata mantenuta la pista di collaudo sul tetto, non per testare auto in serie, ma per far sfilare veicoli d'epoca. L'Europa sta percorrendo le stesse tappe. Cosa teniamo sul "tetto" dell'Europa? Le regole. L'AI Act, il GDPR. Sono la nostra "pista di collaudo": bellissime, invidiate, ma utili solo a far girare il lusso o a costringere le multinazionali a un "giro turistico" tra le nostre norme etiche. La produzione vera, quella che suda e sporca, è altrove.

Se l'Europa non ha i robot per competere con l'Asia e non può più delocalizzare in Cina, dove trasferisce il peso? Nello schiavismo di prossimità e nella gig economy. L'ex operaio specializzato non viene licenziato in tronco, ma "riqualificato" a diventare il rider. La sua dignità di produttore di ricchezza materiale viene sostituita dalla precarietà dell'erogatore di servizi.

Mentre siamo pronti a condannare l'opacità delle autocrazie, fatichiamo ad ammettere un difetto strutturale altrettanto grave, abilmente nascosto dietro le pieghe del nostro stesso diritto. Prendiamo la corsa al riarmo. L'Italia, da sola, ha appena richiesto 8 miliardi di euro attingendo ai nuovi strumenti di finanziamento della difesa europea (tra l'EDIP, l'EDIRPA e il fondo EDF). I difensori del sistema ci rassicurano sulla trasparenza: i flussi finanziari sono tracciati. Ma è un'illusione ottica. L'articolo 346 del TFUE permette agli Stati di segretare le informazioni se la loro divulgazione compromette la "sicurezza nazionale". Non è una scappatoia recente, ma il peccato originale dei Trattati. Il risultato è un cortocircuito democratico: sapremo esattamente quanti soldi pubblici finiranno ai grandi consorzi bellici, ma ci verrà negato il diritto di sapere cosa stiano costruendo e perché. La trasparenza contabile diventa il paravento perfetto per l'opacità strategica, trasformando questi 8 miliardi in un gigantesco meccanismo di welfare aziendale per l'industria bellica, sottratto al dibattito pubblico.

E mentre blindiamo l'industria bellica dietro l'Articolo 346, ci raccontano che il futuro sarà immateriale. Ma qui si nasconde il paradosso più grande, l'illusione finale dell'Europa: credere di poter salvare il continente rifugiandosi nel codice. C'è chi sostiene che la salvezza stia nell'Open Source o nel calcolo quantistico. È una mezza verità che rischia di diventare una trappola mortale. L'open source, senza un capitale computazionale sovrano, è un'elemosina: i grandi modelli aperti vengono addestrati su cluster da centinaia di milioni di dollari posseduti dalle Big Tech americane. Il software sarà anche libero, ma l'hardware che lo esegue è un oligopolio a stelle e strisce. Allo stesso modo, il calcolo quantistico non è solo teoria degli algoritmi. Richiede fonderie fotoniche, materiali superconduttori, packaging criogenico, terre rare. Se l'Europa pensa di competere nel quantistico limitandosi a scrivere il codice e le regole, mentre lascia che l'Asia e gli USA producano i refrigeratori a zero assoluto, sta semplicemente costruendo un "Lingotto 0.2": un museo dell'immateriale, dipendente dall'altrui fisica.

La vera via di fuga non è abbandonare la fabbrica, ma reinventarla nella Deep Tech. Il margine d'azione esiste, ma richiede di ricucire lo strappo tra la logica e il sudore. L'Europa non può competere sulla manifattura di massa a basso costo, ma può presidiare l'intera filiera fisica delle tecnologie critiche. Se creasse un "CERN del Quantistico e della Fotonica", non dovrebbe limitarsi ai laboratori teorici, ma integrare la produzione dei materiali superconduttori e dei sistemi criogenici.

E qui si colma il divario sociale. L'ex operaio della filiera automotive o meccatronica non è destinato a diventare un rider. Le sue competenze, se il sistema decidesse di investirvi, sono esattamente quelle necessarie per la nuova manifattura profonda: la manutenzione di precisione per i sistemi criogenici, l'assemblaggio in camera bianca per la fotonica, la produzione di componentistica per l'aerospazio. Non si tratta di tornare a produrre automobili, ma di riconvertire la dignità del lavoro manuale verso la costruzione dell'infrastruttura fisica del futuro.

La conclusione è un bivio. Nel 2026, l'Europa sta usando 8 miliardi di euro per la difesa non per costruire uno scudo, ma per compilare un catalogo prodotti, blindando l'industria bellica dietro l'Articolo 346. Il destino del "Museo a cielo aperto" è la traiettoria naturale di un continente che ha accettato la propria Lingottizzazione, illudendosi che le regole e il software possano sostituire le fabbriche e la potenza.

Ma sul tetto di questo museo, invece di far girare le auto d'epoca per i turisti, l'Europa potrebbe decidere di installare le fonderie fotoniche e i laboratori criogenici. Può scegliere di vendere i biglietti per guardare gli altri correre, oppure può scegliere di forgiare, con il sudore e la scienza, il terreno fisico su cui, domani, gli altri correranno.

Il conto, in entrambi i casi, lo pagheranno i cittadini. Ma nel secondo caso, non lo pagheranno per un museo. Lo pagheranno per la propria sovranità. Fiat così sia fatto.


Marco Pietro Monguzzi

Marco Pietro Monguzzi si occupa di sovranità tecnologica, politiche industriali e transizione verso il Deep Tech



I Nuovi Galantuomini: Quando la Sete diventa un Futures su Wall Street

 

I Nuovi Galantuomini: Quando la Sete diventa un Futures su Wall Street

Leggendo Cristo si è fermato a Eboli a scuola, abbiamo imparato cos’è l’abbandono. Abbiamo visto quei contadini di Gagliano, isolati dal mondo, dimenticati dallo Stato, lasciati soli contro la malaria e la terra arida. Pensavamo che quel mondo fosse finito, sepolto sotto il progresso, le autostrade e internet. Ci sbagliavamo di grosso. Lo Stato non si è più fermato a Eboli. Ci è arrivato. Ma non ha portato giustizia. Ha portato il contatore.
Quello che Carlo Levi descriveva come un "male antico", fatto di silenzio e assenza, oggi si è trasformato in qualcosa di molto più attivo e crudele: una presenza predatrice. L’acqua, che per i contadini di Levi era un miraggio naturale, oggi segue la logica spietata del petrolio. È diventata una commodity, un asset finanziario, un’arma di controllo. E noi, cittadini del XXI secolo, siamo i nuovi contadini di una feudalità digitale e burocratica.

1. L’Evoluzione dei "Galantuomini"

Nel libro di Levi, il potere locale era incarnato dai "galantuomini": il sindaco, il farmacista, Don Carlo Magalone. Figure provinciali, pigre, parassitarie, che gestivano il potere con un misto di arroganza e ignoranza. Erano corrotti, sì, ma almeno erano lì, nella piazza del paese. Li potevi vedere, li potevi (teoricamente) riconoscere.
Oggi quei galantuomini non ci sono più. O meglio, si sono evoluti. Hanno tolto il cappello di feltro e indossato l’abito sartoriale. Non passeggiano più nella polvere, ma siedono nei consigli d’amministrazione delle multiutility quotate in borsa, nelle agenzie di regolazione tariffaria, nelle sale riunioni blindate di Milano o Londra. Parlano un linguaggio nuovo, incomprensibile quanto il dialetto lucano di un tempo: usano termini come "ottimizzazione degli asset", "efficientamento della rete" e "sostenibilità del dividendo". Sotto queste parole fredde si nasconde la stessa vecchia avidità, ma amplificata da una potenza di fuoco finanziaria che Levi non avrebbe mai potuto immaginare.
E non agiscono da soli. Hanno i loro "notai": una classe politica nazionale ed europea che, invece di tutelare il bene comune, ha scritto leggi su misura per favorire le privatizzazioni. Sono tecnocrati e legislatori che usano il burocratese comunitario per blindare il sistema, garantendo impunità ai nuovi padroni mentre svendono il nostro futuro.

2. La Siccità quotata in Borsa: La Mentalità dei Futures

Mentre i nuovi galantuomini ottimizzano i loro asset, accade qualcosa di terrificante a migliaia di chilometri di distanza. Anche se il mercato diretto dei futures sull'acqua riguarda principalmente altre aree del globo, la mentalità di Wall Street ha infettato le nostre tubature. I grandi fondi d’investimento globali, abituati a scommettere sulla siccità californiana tramite contratti derivati, applicano la stessa logica spietata alle nostre multiutility. Per loro, l’acqua non è vita: è una classe di asset.
Capite la perversione? La siccità in Sicilia, la perdita di una condotta a Gagliano, il rubinetto a secco non sono più emergenze umanitarie o danni da riparare. Sono variazioni di prezzo. Ogni goccia che manca fa salire il valore percepito della risorsa. Ogni incendio non spento aumenta il premio di rischio. La sofferenza reale dei cittadini diventa un grafico ascendente per i trader. Stanno scommettendo contro la nostra sopravvivenza, e vincono ogni volta che abbiamo sete.

3. L’Entanglement della Speculazione: Tutto è Connesso

Nel mondo di Levi, tutto era locale e statico. Nel nostro mondo, tutto è connesso e vibrante. Il degrado infrastrutturale creato decenni fa – dirottando i nostri soldi per consenso politico – non è rimasto confinato nei bilanci comunali. Ha creato un’onda d’urto che oggi colpisce le nostre case. C’è un entanglement finanziario perverso: il tubo rotto nel tuo palazzo vibra istantaneamente nei portafogli di investitori che non sanno nemmeno dove si trovi l’Italia. Non c’è più nemmeno la scusa dell’incompetenza. Questi nuovi tecnocrati sanno esattamente cosa stanno facendo. Sanno che mantenere la rete inefficiente crea scarsità artificiale. Sanno che la scarsità alza i prezzi. E sanno che i mercati finanziari premiano chi possiede la risorsa, non chi la distribuisce equamente.
E mentre giocano con i numeri, noi beviamo. O meglio, tentiamo di bere. Perché l'"ottimizzazione degli asset" spesso significa tagliare sui controlli di qualità e sulla manutenzione dei filtri. La speculazione non ti svuota solo il portafoglio: rischia di avvelenarti il sangue. Bere acqua con parametri al limite perché cambiare un filtro costa troppo è l'ultimo atto di disprezzo verso il cittadino.

4. Il Cinismo degli Incendi: Pagare per Bruciare

Il punto più oscuro, quello che fa gelare il sangue, è il paradosso degli incendi. Quando le fiamme divorano i boschi – spesso perché lasciati incolti, abbandonati come i campi di un tempo – lo Stato interviene. Ma l’acqua che spegne il fuoco non è più un atto di solidarietà pubblica. È una transazione commerciale. Lo Stato compra l’acqua dai gestori privati usando i tuoi soldi.
È un giro perfetto e osceno:
  1. I fondi speculativi scommettono sulla scarsità idrica strutturale.
  2. La siccità arriva (aggravata dalla mancata manutenzione pubblica).
  3. Scoppiano gli incendi.
  4. Lo Stato paga il privato per l’emergenza.
  5. Il cittadino paga due volte: con le tasse per l’intervento e con le bollette salate per il servizio.
I nuovi galantuomini incassano su ogni passaggio. Tu perdi la casa, loro guadagnano sul bilancio trimestrale. Se provi a salvarti da solo, il contatore gira. Se aspetti i vigili del fuoco, le tue tasse arricchiscono chi specula sulla tua disgrazia. In entrambi i casi, sei intrappolato.

Conclusione: Spezzare la Catena

Dobbiamo smettere di pensare che il problema sia tecnico o locale. Il problema è morale, politico e globale. I "galantuomini" di oggi non hanno faccia, non hanno accento, non vivono nelle nostre piazze. Vivono nei server di trading e nei report annuali. Ma il loro effetto è tangibile quanto la malaria di un tempo: ti prosciuga, ti indebolisce, ti lascia solo.
Indigniamoci. Ma non restiamo nell’indignazione passiva. Ogni volta che paghiamo una bolleta salata per un servizio scadente, stiamo finanziando il nostro stesso sfruttamento. Dobbiamo pretendere che l’acqua esca dalle logiche di borsa e torni ad essere un diritto umano, fuori dalla speculazione sulla nostra fine.
Perché l’acqua non è un futures. Non è una scommessa. È vita. E la vita non la si quota in borsa.
Marco Pietro Monguzzi