Apocalisse Time: Quando l'Orologio Segna 85 Secondi e il Cavallo Piange per Noi
di -MM- Marco Monguzzi -marca temporale venerdi 28/01/2026 h09.33 am. Mahdia Capo Africa.
Martedì scorso gli scienziati atomici hanno spostato l'Orologio dell'Apocalisse a 85 secondi dalla mezzanotte. I media internazionali si sono gettati sulla notizia come falchi su un picnic, offrendoci l'ennesima dose di adrenalina catastrofista. Sarebbe piaciuto a Machiavelli questo balletto della leadership della paura: più l'orologio avanza, più qualcuno consolida il proprio potere narrativo. È la terza volta in cinque anni che l'ago si avvicina alla fatidica mezzanotte — quasi un ticchettio compulsivo per chi specula sull'ansia collettiva.
Ma fermiamoci un attimo. Questo "orologio" ha qualcosa di profondamente anacronistico: presuppone un tempo lineare, un conto alla rovescia verso la catastrofe, mentre il nostro presente sembra aver invertito proprio questa logica. Viviamo in un'epoca che si interroga su quanto abbiamo sbagliato nel passato, non su quanto manchi alla fine. L'apocalisse, nella sua accezione originaria, non è affatto la fine del mondo: è rivelazione (dal greco apokálypsis, "togliere il velo"). Non distruzione, ma svelamento. Eppure oggi la parola evoca solo fumo, cenere e panico — abbiamo dimenticato che l'enfasi originale era sulla luce che squarcia l'oscurità, non sull'oscurità stessa.
L'Apocalisse in Do Maggiore (e in Altri Toni)
Se vogliamo capire come l'umanità abbia davvero elaborato il tema della fine dei tempi, basta ascoltare la musica. Non quella dei titoli di testa dei telegiornali, ma quella dei grandi compositori:
Verdi nel Requiem ci sbatte addosso il Dies Irae con grancasse che paiono terremoti e trombe che squarciano i cieli — terrore puro, sì, ma anche sublimità.
Mozart, più austero, nel suo Requiem trasforma il giudizio finale in una danza angelica e tremenda.
Berlioz nella Grande Messe des Morts schiera un esercito di ottoni per simulare le trombe del giudizio.
Franz Schmidt con Das Buch mit sieben Siegeln compone un intero oratorio sui sette sigilli, i quattro cavalieri e la distruzione cosmica.
E poi c'è Messiaen, prigioniero in un campo tedesco nel 1941, che scrive il Quatuor pour la fin du temps: non una catastrofe, ma un'estasi spirituale sull'eternità. L'apocalisse come liberazione dal tempo, non come sua fine.
Persino Wagner, con il Götterdämmerung (Crepuscolo degli Dei), ci ricorda che ogni fine è anche un inizio: il Valhalla brucia, il Reno straripa, ma dalle ceneri nasce un mondo nuovo. Niente paura: è solo il vecchio ordine che cede il passo.
I Quattro Cavalieri... in Peluche
E mentre l'Orologio Atomico scandisce i suoi 85 secondi, in Cina un operaio distratto cuciva male la bocca a un peluche. Voleva creare un cavallino sorridente per il Capodanno lunare — quest'anno è l'Anno del Cavallo — ma per errore gli ha cucito la bocca all'ingiù. Nacque così il "cavallo che piange", bestseller involontario del Festival di Primavera.
Gli utenti cinesi non hanno esitato: «Il cavallo triste è la faccia che hai al lavoro; quello sorridente è quella che fingi dopo le 18». Il giocattolo è diventato virale non per design, ma per empatia involontaria. Un'icona della precarietà esistenziale, nata da un refuso di cucito.
Ironia della sorte: mentre i media occidentali ci terrorizzano con i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse (Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte), in Oriente arriva un quinto cavaliere — il Cavallo che Piange — a ricordarci che l'apocalisse quotidiana è fatta di turni massacranti, stipendi da fame e sorrisi cuciti a rovescio.
E per il Ramadan? Arriva il Montone di Peluche
Intanto, mentre ci avviciniamo al Ramadan, il montone tradizionale per i festeggiamenti ha subìto un'impennata di prezzi: l'allevamento non intensivo fatica a soddisfare una popolazione in crescita, rendendo il sacrificio rituale quasi impossibile per molte famiglie. Non stupiamoci se presto qualche imprenditore lungimirante lancerà il "montone di peluche con campanellino d'oro": un omaggio eco-friendly alla tradizione, perfetto per chi vuole celebrare lo spirito del sacrificio senza il puzzo di stalla.
Conclusione (Semi)Seria
L'Orologio dell'Apocalisse segna 85 secondi. I media urlano. I potenti speculano sulla paura. Ma forse l'unica vera rivelazione (apocalisse, appunto) è che siamo stanchi di contare i secondi verso una catastrofe immaginaria, mentre trascuriamo le piccole apocalissi quotidiane: il cavallo che piange, il montone che costa troppo, il sorriso cucito a rovescio.
E allora respiriamo. Ascoltiamo un po' di Messiaen. Ridiamo del nostro panico collettivo. Perché, come diceva un saggio peluche cinese con la bocca storta:
Per
l'apocalisse c'è tempo.
E
forse, alla fine, non arriverà neppure in treno.
-mm-