Fiat così sia fatto.
Lingotto
0.2: L'illusione immateriale e il paradosso della tartaruga
Dall'illusione della neutralità ai miliardi della difesa nascosti dall'Articolo 346. Il continente si sta trasformando in un museo a cielo aperto. Ma la vera sovranità non si gioca nel software: serve una nuova manifattura profonda.
L'illusione di ciò che l'Europa crede di essere sta vacillando, a partire dai suoi margini. Il prossimo referendum in Svizzera sulla "neutralità restrittiva" è il tentativo nostalgico di dichiarare: «Noi restiamo fuori dal caos globale». È il desiderio prettamente umano di costruire un recinto sicuro. Eppure, la notizia passata in sordina è che Berna ha recentemente aggiornato il suo accordo con Pechino per abbattere i dazi sul 99,8% delle sue esportazioni verso la Cina.
La realtà, tuttavia, bussa inesorabilmente alla porta. Alle porte dell'Europa, nel Mediterraneo, la vicenda dei flussi migratori verso Ceuta non è stata solo una crisi umanitaria, ma un masterclass di interdipendenza weaponizzata. Il Marocco ha dimostrato che, in un mondo privo di vera potenza dura, i flussi migratori possono essere usati come leva geopolitica per piegare le capitali europee. L'intelligence locale aveva previsto tutto, ma il messaggio si è perso nelle "trame oscure" di una politica spagnola ed europea paralizzata. La lezione sistemica è chiara: non esiste la neutralità. Senza la forza industriale e militare per sostenere le proprie posizioni, i "confini basati sulle regole" sono solo suggerimenti.
A livello industriale, il quadro è altrettanto spietato. Le élite occidentali si cullano in una favola antica. Da Esopo (VI secolo a.C.) a Fedro (I secolo d.C.), fino alla rielaborazione di Jean de La Fontaine (XVII secolo), la favola della "Lepre e della Tartaruga" ci ha insegnato che la costanza e la misura battono la velocità arrogante. L'Europa si è convinta di essere la tartaruga saggia, destinata a vincere grazie alla "qualità umana", al welfare e alla regolamentazione.
Ma c'è un errore di fondo in questa lettura. La Fontaine scriveva in un mondo dove la pista di gara era fissa e le regole della fisica immutate. Oggi, Cina e Stati Uniti non stanno solo correndo più veloci della lepre: stanno asfaltando la pista e costruendo un razzo. Non producono più "cose", stanno producendo la capacità di produrre cose. L'Europa non sta perdendo la gara della tartaruga; sta semplicemente scoprendo che la competizione è finita e che lei non era nemmeno sullo stesso campo da gioco. Ha scelto di vendere i biglietti d'ingresso per guardare gli altri correre.
L'Europa non sarà la tartaruga vincitrice. Sarà un bellissimo, iper-regolamentato museo a cielo aperto, dove ex operai specializzati faranno da guide turistiche per i manager asiatici, spiegando loro come, un tempo, l'Occidente sapeva costruire.
È in atto la "Lingottizzazione" dell'Europa. Il parallelo con la trasformazione del Lingotto FIAT non è una suggestione poetica, ma il modello esatto di economia politica che le élite europee stanno applicando all'intero continente. Da cattedrale dell'industria, il Lingotto è stato svuotato della sua funzione produttiva per diventare un centro commerciale e un hotel di lusso. È stata mantenuta la pista di collaudo sul tetto, non per testare auto in serie, ma per far sfilare veicoli d'epoca. L'Europa sta percorrendo le stesse tappe. Cosa teniamo sul "tetto" dell'Europa? Le regole. L'AI Act, il GDPR. Sono la nostra "pista di collaudo": bellissime, invidiate, ma utili solo a far girare il lusso o a costringere le multinazionali a un "giro turistico" tra le nostre norme etiche. La produzione vera, quella che suda e sporca, è altrove.
Se l'Europa non ha i robot per competere con l'Asia e non può più delocalizzare in Cina, dove trasferisce il peso? Nello schiavismo di prossimità e nella gig economy. L'ex operaio specializzato non viene licenziato in tronco, ma "riqualificato" a diventare il rider. La sua dignità di produttore di ricchezza materiale viene sostituita dalla precarietà dell'erogatore di servizi.
Mentre siamo pronti a condannare l'opacità delle autocrazie, fatichiamo ad ammettere un difetto strutturale altrettanto grave, abilmente nascosto dietro le pieghe del nostro stesso diritto. Prendiamo la corsa al riarmo. L'Italia, da sola, ha appena richiesto 8 miliardi di euro attingendo ai nuovi strumenti di finanziamento della difesa europea (tra l'EDIP, l'EDIRPA e il fondo EDF). I difensori del sistema ci rassicurano sulla trasparenza: i flussi finanziari sono tracciati. Ma è un'illusione ottica. L'articolo 346 del TFUE permette agli Stati di segretare le informazioni se la loro divulgazione compromette la "sicurezza nazionale". Non è una scappatoia recente, ma il peccato originale dei Trattati. Il risultato è un cortocircuito democratico: sapremo esattamente quanti soldi pubblici finiranno ai grandi consorzi bellici, ma ci verrà negato il diritto di sapere cosa stiano costruendo e perché. La trasparenza contabile diventa il paravento perfetto per l'opacità strategica, trasformando questi 8 miliardi in un gigantesco meccanismo di welfare aziendale per l'industria bellica, sottratto al dibattito pubblico.
E mentre blindiamo l'industria bellica dietro l'Articolo 346, ci raccontano che il futuro sarà immateriale. Ma qui si nasconde il paradosso più grande, l'illusione finale dell'Europa: credere di poter salvare il continente rifugiandosi nel codice. C'è chi sostiene che la salvezza stia nell'Open Source o nel calcolo quantistico. È una mezza verità che rischia di diventare una trappola mortale. L'open source, senza un capitale computazionale sovrano, è un'elemosina: i grandi modelli aperti vengono addestrati su cluster da centinaia di milioni di dollari posseduti dalle Big Tech americane. Il software sarà anche libero, ma l'hardware che lo esegue è un oligopolio a stelle e strisce. Allo stesso modo, il calcolo quantistico non è solo teoria degli algoritmi. Richiede fonderie fotoniche, materiali superconduttori, packaging criogenico, terre rare. Se l'Europa pensa di competere nel quantistico limitandosi a scrivere il codice e le regole, mentre lascia che l'Asia e gli USA producano i refrigeratori a zero assoluto, sta semplicemente costruendo un "Lingotto 0.2": un museo dell'immateriale, dipendente dall'altrui fisica.
La vera via di fuga non è abbandonare la fabbrica, ma reinventarla nella Deep Tech. Il margine d'azione esiste, ma richiede di ricucire lo strappo tra la logica e il sudore. L'Europa non può competere sulla manifattura di massa a basso costo, ma può presidiare l'intera filiera fisica delle tecnologie critiche. Se creasse un "CERN del Quantistico e della Fotonica", non dovrebbe limitarsi ai laboratori teorici, ma integrare la produzione dei materiali superconduttori e dei sistemi criogenici.
E qui si colma il divario sociale. L'ex operaio della filiera automotive o meccatronica non è destinato a diventare un rider. Le sue competenze, se il sistema decidesse di investirvi, sono esattamente quelle necessarie per la nuova manifattura profonda: la manutenzione di precisione per i sistemi criogenici, l'assemblaggio in camera bianca per la fotonica, la produzione di componentistica per l'aerospazio. Non si tratta di tornare a produrre automobili, ma di riconvertire la dignità del lavoro manuale verso la costruzione dell'infrastruttura fisica del futuro.
La conclusione è un bivio. Nel 2026, l'Europa sta usando 8 miliardi di euro per la difesa non per costruire uno scudo, ma per compilare un catalogo prodotti, blindando l'industria bellica dietro l'Articolo 346. Il destino del "Museo a cielo aperto" è la traiettoria naturale di un continente che ha accettato la propria Lingottizzazione, illudendosi che le regole e il software possano sostituire le fabbriche e la potenza.
Ma sul tetto di questo museo, invece di far girare le auto d'epoca per i turisti, l'Europa potrebbe decidere di installare le fonderie fotoniche e i laboratori criogenici. Può scegliere di vendere i biglietti per guardare gli altri correre, oppure può scegliere di forgiare, con il sudore e la scienza, il terreno fisico su cui, domani, gli altri correranno.
Il conto, in entrambi i casi, lo pagheranno i cittadini. Ma nel secondo caso, non lo pagheranno per un museo. Lo pagheranno per la propria sovranità. Fiat così sia fatto.
Marco Pietro Monguzzi
Marco Pietro Monguzzi si occupa di sovranità tecnologica, politiche industriali e transizione verso il Deep Tech
