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La frontiera che non regge. Moyale e l'unica faglia che attraversa l'Africa

 

La frontiera che non regge. Moyale e l'unica faglia che attraversa l'Africa

di Marco Pietro Monguzzi - Monastir 04 novembre 2026

La sete, prima della politica

La prima cosa che arriva non è la geopolitica. È la sete. Arriva prima delle analisi, prima delle mappe, prima dei comunicati delle capitali. Arriva con le donne che rallentano il passo, con i bambini che cercano un'ombra dove l'ombra non basta, con le taniche di plastica vuote allineate sulla sabbia come una preghiera muta.

A Moyale, sul confine tra Kenya ed Etiopia, la crisi non comincia con una conferenza stampa. Comincia con una fila. Una fila per l'acqua, per il cibo, per un telo, per una visita medica, per sapere se qualcuno dall'altra parte del filo spinato ha notizie di una casa lasciata indietro. Moyale è una cittadina di passaggio, ma oggi il passaggio si è fermato. È diventato accumulo, attesa, pressione. Nella Contea di Marsabit, l'arrivo di decine di migliaia di sfollati ha trasformato il confine in una zona di pura sopravvivenza. Le stime parlano di oltre 40.000 o 50.000 persone in movimento: un numero che, detto così, sembra amministrativo. Ma dietro ogni cifra c'è un volto, una madre, un oggetto portato via in fretta, una porta chiusa senza sapere quando sarà riaperta.

"Non so perché siamo scappati. So solo che non potevamo restare. I miei figli hanno sete." — Fatuma, 34 anni, arrivata da Gode due settimane fa

L'abbandono sistemico

La maggioranza di chi attraversa il confine è composta da donne e bambini. Sono loro a trovare acqua, dividere il poco cibo, tenere uniti i nuclei familiari, proteggere i più piccoli, improvvisare una normalità dove la normalità è saltata. Nei report delle organizzazioni internazionali questa capacità viene spesso definita "resilienza". Ma i dati raccontano un'altra storia: le comunità keniote che accolgono gli sfollati non vivono nell'abbondanza. Conoscono già la scarsità, la fragilità climatica, la durezza delle distanze, l'assenza cronica di servizi. Moyale non è un centro europeo con risorse elastiche e magazzini pieni: è una frontiera esposta, dove ogni nuovo arrivo pesa su ospedali già deboli, su scuole impreparate, su pozzi insufficienti, su famiglie che dividono ciò che bastava a malapena per loro stesse.

Qui, l'emergenza umanitaria incontra la geopolitica. Ma non la incontra nei palazzi di vetro. La incontra nella polvere. E nella polvere si leggono le cifre dell'abbandono: il rapporto tra sfollati e popolazione locale, il numero di pozzi funzionanti, le ore di attesa per una visita medica. Sono questi i dati che misurano la capacità — o l'incapacità — delle istituzioni di garantire ciò che dovrebbe essere garantito.

Una sola faglia, dall'Atlantico al Mar Rosso

Per capire Moyale, però, bisogna smettere di frammentare la crisi. Perché ciò che accade oggi al confine tra Kenya ed Etiopia non è un episodio isolato, né una "faglia etnica locale": è il punto di emersione di un'unica grande faglia longitudinale e geoeconomica che attraversa il continente dall'Atlantico al Mar Rosso.

Visto da una prospettiva materialista e non eurocentrica, il continente africano non è un mosaico di crisi slegate. È un'unica zona di estrazione e competizione, dove le crisi locali sono costantemente alimentate, compresse e riattivate da dinamiche globali di saccheggio delle risorse, controllo delle rotte energetiche e competizione imperialista.

Le faglie etniche hanno radici storiche, culturali, politiche proprie. Le tensioni tra Oromia, Amhara e Regione Somali esistono da decenni, ben prima che la competizione multipolare diventasse ciò che è oggi. Tuttavia, queste tensioni non si muovono mai nel vuoto: vengono costantemente riattivate da dinamiche globali.

Prendiamo il Corno d'Africa. L'Etiopia — pilastro demografico ed economico dell'intera area — confina con tutti e sette i suoi vicini attraverso linee che sono, quasi ovunque, cicatrici aperte1. Un gigante circondato da sette confini feriti non può permettersi di zoppicare: ogni suo passo falso diventa terremoto regionale. Quando il simbolo di una bandiera o l'appartenenza a un clan diventa un innesco letale, il confine interno di uno Stato si trasforma in linea di scontro. E questo accade proprio mentre l'Etiopia firma un controverso memorandum con il Somaliland per assicurarsi uno sbocco al mare, innescando una nuova crisi diplomatica con Mogadiscio2.

Ma non è solo questione di confini interni. Il vuoto lasciato o gestito male dall'Occidente viene immediatamente occupato da nuove competizioni multipolari: Stati Uniti contro Cina, Emirati Arabi contro Arabia Saudita, interessi occidentali residui contro espansione russa. Gli Emirati Arabi Uniti finanziano porti nel Somaliland per controllare le rotte del Mar Rosso, mentre la Russia offre protezione ai golpe del Sahel in cambio di accesso all'oro e all'uranio. I confini che "non reggono" a Moyale sono le dighe di carta che cedono sotto l'onda d'urto di una competizione globale per l'energia, le rotte e il controllo territoriale.

Basta spostare lo sguardo qualche migliaio di chilometri verso ovest per ritrovare la stessa architettura del dominio. Nel Sahel e nell'Africa occidentale la frattura ha assunto una forma istituzionale ancora più netta. Dei sedici paesi che compongono l'ECOWAS — la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale, pilastro dell'integrazione regionale dagli anni '70 — tre si sono sfilati tra il 2023 e il 2024: Mali, Niger e Burkina Faso. Usciti dall'organizzazione dopo una serie di colpi di stato militari e in risposta alla minaccia di un intervento armato regionale, hanno prima formato l'Alleanza degli Stati del Sahel e poi, nel 2024, la Confederazione degli Stati del Sahel: un blocco militare e politico autonomo, che segna la fine di un'epoca3.

A questo si aggiunge la questione monetaria, che è poi la vera eredità materiale del colonialismo. Il franco CFA — la valuta emessa dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale e garantita un tempo direttamente dal Tesoro francese — circola ancora in otto paesi della regione4. Un simbolo, e uno strumento, di una sovranità economica che molti paesi della regione ormai considerano incompiuta. Il rigetto del franco CFA da parte di Mali, Niger e Burkina Faso non ha prodotto automaticamente liberazione economica: ha aperto uno spazio che viene immediatamente occupato da nuove competizioni multipolari.

Il nodo energetico e logistico

Sia il Sahel che il Corno d'Africa sono i due grandi fianchi attraverso cui passano le rotte energetiche, i corridoi commerciali globali, le infrastrutture minerarie e la competizione spietata tra le nuove potenze. Quel che appare come "etnicismo" in Etiopia, "golpe militare" nel Sahel, "siccità" a Moyale sono frammenti della stessa identica insofferenza verso un sistema di sovranità artificiale che non garantisce né pane né pace, ma serve solo a estrarre valore.

Separare i due teatri significa trasformare la geopolitica in una branca dell'antropologia criminalizzante: "i popoli che si azzuffano per le identità". Ricomporli in un'unica crisi sistemica ed energetica significa smascherare l'architettura reale del dominio. Pezzettare il continente in "aree di crisi separate" è un dispositivo ideologico che occulta la matrice sistemica globale e riproduce lo schema coloniale del divide et impera anche nel pensiero.

Intanto, a Moyale

Intanto, a Moyale, le taniche restano in fila. E chi le riempie non sa nulla dell'ECOWAS, né del franco CFA, né dei memorandum sul Somaliland, né della competizione tra Cina e Stati Uniti per il controllo delle rotte. Sa solo che l'acqua di oggi basta per domani, e che la frontiera, ieri, era aperta.

Ma non tutto è abbandono. A Moyale, come nel Sahel, esistono reti di solidarietà transfrontaliere che cercano di organizzare l'accoglienza. Esistono movimenti sociali che nel Sahel lottano per la sovranità monetaria. Esistono donne che, nonostante tutto, continuano a tenere insieme i nuclei familiari. Sono forme di resistenza concreta, quotidiana, ostinata.

Il limite della frontiera

Per questo Moyale non è soltanto un luogo di soccorso. È il punto di emersione di una crisi più ampia: quella di Stati che faticano a tenere insieme territori e identità non per "ataviche rivalità etniche", ma perché sono ostaggi di una competizione globale per l'energia, le rotte e il controllo territoriale; di comunità locali chiamate a reggere emergenze che nascono da decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza; di organizzazioni internazionali che arrivano spesso in ritardo, quando la frattura ha già prodotto fame, sete e sfollamento.

La domanda, allora, non è solo quanti altri profughi arriveranno domani. La domanda è più dura, e non ammette rinvii: per quanto tempo una frontiera — di sabbia, di carta o di valuta — può sostituire una soluzione politica? E soprattutto: quale soluzione politica, in un sistema che produce crisi per estrarre valore?

Note

  1. L'Etiopia confina a nord con l'Eritrea, a nord-est con Gibuti e con il territorio conteso del Somaliland, a est e sud-est con la Somalia (circa 1.600 km di confine, in parte contestato), a sud con il Kenya, a ovest e nord-ovest con il Sudan e il Sudan del Sud.
  2. Nel gennaio 2024, l'Etiopia ha firmato un memorandum d'intesa con il Somaliland — territorio autoproclamatosi indipendente dalla Somalia nel 1991 ma non riconosciuto internazionalmente — per ottenere uno sbocco al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento. L'accordo ha innescato una forte crisi diplomatica con la Somalia, che considera il Somaliland parte del proprio territorio.
  3. I sedici paesi membri dell'ECOWAS sono: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo. Mali, Niger e Burkina Faso si sono ritirati tra il 2023 e il 2024.
  4. Il franco CFA circola attualmente in otto paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali (fino al recente recesso), Niger, Senegal e Togo. La valuta è emessa dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale (BCEAO) per l'Africa occidentale e dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Centrale (BEAC) per l'Africa centrale.
Nota metodologica: La voce di Fatuma è un espediente narrativo che sintetizza testimonianze raccolte attraverso reportage di organizzazioni internazionali e media locali. Non è una testimone identificata con nome e cognome, ma rappresenta la condizione di migliaia di donne sfollate.

L’entropia del Bel Paese, i fantasmi di Nietzsche e la fuga dal futuro

L’entropia del Bel Paese, i fantasmi di Nietzsche e la fuga dal futuro

di Marco Pietro Monguzzi

Monastir (Tunisia), 15 ottobre 2025 — ore 11.41 (UTC+1)



Oggi, 15 ottobre 2026, lo sguardo cala sulla bella Italia avvolto in una grande euforia per la lunga, eccezionale durata e stabilità di questo governo. Eppure, sotto la patina rassicurante di una maggioranza che sembra essersi data come unico programma quello di "non andarsene mai", scorre un pensiero parallelo e ben più oscuro: la consapevolezza che l'immobilismo sia l'unica vera agenda. Travestiti da paladini della democrazia e rassicurati da un improbabile appoggio divino, i nostri governanti hanno perfezionato l'arte di nascondere il futuro.

Per capire il senso di questa stagnazione, basta guardare il calendario. In un caso di sincronicità storica quasi beffarda, il 15 ottobre ha dato i natali a due giganti che, se potessero osservare l'Italia di oggi, non avrebbero pietà per essa: il poeta e scrittore russo Michail Lermontov (1814) e il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844).
L'entropia dell'informazione e il recinto ermetico
Per decifrare il nostro presente, dobbiamo prima misurare quella che potremmo definire l'"entropia dell'informazione" del nostro sistema-Paese. Attingendo alla teoria dell'informazione di Shannon, un sistema sano riduce l'incertezza sul mondo esterno generando sorpresa e nuova conoscenza. Ma in Italia, come evidenziato dai dati del Media Pluralism Monitor europeo, il pluralismo strutturale è depresso da precarietà economica e conflitti di interesse.
Il risultato non è solo una libertà di stampa a metà, ma una frattura localistica regressiva. Assistiamo alla balkanizzazione dell'ecosistema informativo: le comunità digitali si aggregano in tribù autoreferenziali, protette da algoritmi e echo chambers. Si è passati dall'agorà pubblica a un arcipelago di monadi incomunicabili. In termini di teoria dell'informazione, questo "parrocchialismo informativo" rappresenta un drastico abbassamento dell'entropia semantica collettiva: zero sorpresa, zero rischio, pura ridondanza. Il campo delle possibili notizie si restringe a ciò che è prossimale o confermativo dei bias preesistenti. L'informazione non serve più a comprendere il mondo, ma a celebrare un rito di rassicurazione identitaria.
La provincializzazione e la Terza Ondata nascosta
Questa chiusura locale si salda con la cronica incapacità italiana di proiettare il dibattito su scala transnazionale. I problemi complessi vengono miniaturizzati sulla cronaca di prossimità o tradotti in chiave di polemica domestica.
Ma perché c'è questo assoluto bisogno di mantenere il recinto ermetico? Perché fuori da quel recinto si agita la "Terza Ondata". Mentre il dibattito pubblico è ostaggio del campanilismo, i grandi osservatori globali tracciano un quadro radicalmente diverso. Basta leggere i report appena usciti dal Bloomberg New Economy Forum: mentre a Shenzhen si inaugurava il primo distretto urbano gestito interamente da IA predittiva e il South China Morning Post celebrava la nuova alleanza hardware asiatico-africana, a Roma il Parlamento discuteva dell'ennesima proroga. Parallelamente, le analisi del Peterson Institute e di Natixis delineano uno scenario in cui l'impatto dell'IA sul lavoro sta per generare uno shock paragonabile, se non superiore, a quello della concorrenza manifatturiera cinese degli anni Duemila. A questo si aggiunge il rimodellamento demografico globale, con l'invecchiamento in Occidente e la crescita giovanile in altre aree che stanno già riscrivendo le catene del valore.
La classe dirigente europea e italiana, per non affrontare l'evoluzione del mondo e per mantenere i privilegi acquisiti, ha scelto di nascondere questa ondata evolutiva. È un paradosso storico: l'Unione Sovietica, nei suoi ultimi anni, aveva elaborato un'utopia in cui la modernizzazione tecnologica avrebbe dovuto liberare l'umanità dal lavoro meramente fisico. Oggi, di fronte a un'Intelligenza Artificiale che realmente sta trasformando il lavoro, l'Europa non ha alcuna utopia, alcun piano di emancipazione. Ha solo paura. E per non affrontare il trauma dell'adattamento, preferisce il conforto del campanile.
L'eroe del nostro tempo e l'Ultimo Uomo
Ed è qui che i fantasmi del 15 ottobre ci vengono in aiuto per completare la diagnosi.
Se guardiamo alla nostra classe politica e intellettuale attraverso le lenti di Michail Lermontov, non possiamo non vedere in essa il ritratto di Un eroe del nostro tempo. Il protagonista di Lermontov, Pečorin, è un uomo brillante, cinico, profondamente annoiato. È un "uomo superfluo" che spreca le sue immense energie in micro-drammi personali, in tatticismi amorosi e sociali, perché è incapace di trovare uno scopo storico. Non è questa la metafora perfetta dei nostri leader? Eccellenti nelle retrovie del tatticismo quotidiano e abilissimi nel mantenimento del potere, ma tragicamente paralizzati di fronte alla macro-storia. Sono gli "eroi" di un'epoca che ha rinunciato alla strategia: uomini superflui alla guida di un Paese che sta diventando superfluo.
E se proviamo ad ascoltare Friedrich Nietzsche, nato esattamente trent'anni dopo Lermontov, la critica si fa clinica. Non c'è bisogno di evocare il caos dionisiaco per capire il nostro dramma; basta guardare all'Ultimo Uomo. Descritto nel Così parlò Zarathustra, l'Ultimo Uomo è colui che ha inventato la "felicità", che cerca solo il comfort, la sicurezza e il gregge, rifuggendo ogni rischio e ogni grande sfida storica. Le echo chambers in cui ci siamo rinchiusi non sono altro che macchine per la produzione di bassa entropia: ambienti a zero sorpresa, dove l'informazione non serve a comprendere il mondo, ma a confermare che il recinto è ancora in piedi. Le tribù digitali italiane, dove la validazione della notizia non avviene per coerenza logica ma per appartenenza al gruppo, sono il trionfo di quella "morale del gregge" che Nietzsche tanto disprezzava. Abbiamo terrore della Terza Ondata, dell'IA e della competizione globale, e per questo abbiamo scelto l'ibernazione.
Rompere il recinto
Il 15 ottobre 2026 ci lascia in eredità l'illusione di una stabilità che è solo attesa della fine. L'Italia ha ridotto la sua entropia informativa per non sentire il rumore del mondo che cambia, ignorando i moniti che arrivano dai mercati globali e dalla storia. Ma la termodinamica non perdona: l'entropia, in un sistema chiuso, non porta solo al collasso, ma alla morte biologica.
Per affrontare la Terza Ondata, per governare l'IA e le biotecnologie senza esserne travolti, dovremmo avere il coraggio di smettere di essere gli "eroi" annoiati di Lermontov e gli Ultimi Uomini di Nietzsche. Dobbiamo avere la forza di uscire dal recinto protettivo del parrocchialismo. Il futuro non si nasconde sotto il tappeto del campanile, e la vera libertà non si trova nella garanzia del comfort. O si ha il coraggio di cavalcare il cambiamento globale, o si accetta di esserne lo spettatore passivo, destinati a estinguersi nel conforto della propria stanza.
Marco Pietro Monguzzi

Note e Glossario per il lettore

Per chi volesse approfondire i concetti chiave dell'articolo senza perdersi nel "giargon" accademico.
1. Cos'è l'"Entropia dell'informazione" (Claude Shannon)? Nella fisica, l'entropia è il disordine. Ma nel 1948, il matematico Claude Shannon usò questa parola per la teoria dell'informazione, dandole un significato opposto: l'entropia è la "sorpresa". Facciamo un esempio: Se lancio una moneta truccata che ha "Testa" su entrambe le facce, il risultato è certo. Non c'è sorpresa, l'entropia è zero, e non ricevo nessuna nuova informazione. Se lancio una moneta normale, il risultato è incerto (massima sorpresa), quindi l'entropia è alta. Nell'articolo: Quando si dice che l'Italia ha "abbassato l'entropia informativa", si intende che ci siamo rinchiusi in bolle (i social media, i giornali di parte) che ci dicono solo ciò che vogliamo già sentire. È come lanciare la moneta truccata: zero sorpresa, zero crescita, pura noia.
2. Cos'è il "Media Pluralism Monitor" e la "Balkanizzazione"? Il Media Pluralism Monitor è un "check-up" annuale fatto dall'Europa per misurare la salute e la libertà dei media nei vari Paesi. La Balkanizzazione è un termine politico che indica la frammentazione di un'area grande in tanti piccoli pezzi ostili tra loro (prende il nome dalla Penisola Balcanica, storicamente divisa). Nell'articolo significa che non abbiamo più un dibattito pubblico nazionale unito, ma migliaia di piccoli "staterelli" digitali (le tifoserie da social network) che non comunicano tra loro e si odiano a vicenda.
3. Cos'è la "Terza Ondata" e chi sono gli osservatori citati? La "Terza Ondata" (spesso chiamata anche Quarta Rivoluzione Industriale) si riferisce allo shock tecnologico attuale, guidato dall'Intelligenza Artificiale, dalle biotecnologie e dall'automazione spinta. Per capire quanto sia grave, l'articolo cita dei "termometri" globali:
  • Bloomberg New Economy Forum: Un summit dove i grandi poteri economici mondiali discutono del futuro dell'economia e della tecnologia.
  • Peterson Institute e Natixis: Due dei più importanti think tank (centri di ricerca e analisi) al mondo. Se loro dicono che l'IA cambierà il lavoro più di quanto fece la Cina negli anni 2000, c'è da fidarsi.
4. Chi era Michail Lermontov e cos'è un "Uomo Superfluo"? Michail Lermontov è stato un grandissimo scrittore russo dell'800. Il suo romanzo Un eroe del nostro tempo racconta la storia di Pečorin. Pečorin è il tipico "Uomo Superfluo" della letteratura russa: un ragazzo intelligentissimo, affascinante, pieno di energie, ma completamente inutile alla società. Invece di fare grandi cose, spreca il suo tempo in duelli, giochi d'azzardo e conquiste amorose, perché è annoiato e non crede in nulla. Nell'articolo, è la metafora perfetta per i nostri politici: bravissimi nelle piccole manovre di palazzo (le tattiche), ma del tutto inutili per risolvere i grandi problemi del Paese.
5. Chi è l'"Ultimo Uomo" di Friedrich Nietzsche? Friedrich Nietzsche è uno dei filosofi più importanti di sempre. Nel suo libro Così parlò Zarathustra, immagina il futuro dell'umanità. Da una parte c'è l'Oltreuomo (chi crea, chi rischia, chi abbraccia la vita in tutta la sua difficoltà). Dall'altra c'è l'Ultimo Uomo. L'Ultimo Uomo è l'antieroe per eccellenza. È colui che ha eliminato ogni fatica, ogni rischio e ogni grande ideale pur di stare al calduccio. Non vuole più guardare le stelle, non vuole più sforzarsi, vuole solo il suo piccolo comfort, la sua piccola sicurezza e stare in mezzo al "gregge" (la massa) per non sentirsi diverso. Nietzsche lo descrive mentre "sbatte le palpebre" soddisfatto della sua mediocrità. Nell'articolo, l'Ultimo Uomo è l'italiano medio (e la sua classe dirigente) che ha paura dell'Intelligenza Artificiale e del futuro, e preferisce nascondersi dietro le proprie certezze da campanile pur di non affrontare la fatica del cambiamento.
6. Cosa sono le "Monadi" (da Pitagora a Leibniz)? Nell'articolo si parla di un "arcipelago di monadi incomunicabili". Ma cos'è una monade? È un concetto filosofico affascinante che ha cambiato significato per oltre duemila anni, passando dalla matematica alla psicologia dei social network. Ecco la sua evoluzione:
  • I Pitagorici: L'Uno matematico. Per i seguaci di Pitagora (nell'antica Grecia), la "monade" era semplicemente l'Unità, l'Uno assoluto. Era il principio matematico da cui nascevano tutti gli altri numeri e, di conseguenza, l'ordine e l'armonia dell'universo. Era un concetto astratto, legato alla geometria e al cosmo.
  • Giordano Bruno: L'atomo vivente. Nel Rinascimento, il filosofo Giordano Bruno fa un passo avanti: la monade smette di essere solo un numero astratto e diventa il "mattone" minimo e indivisibile della realtà. Non è più solo geometria, ma un atomo che è vivo e animato (unendo materia e spirito).
  • Leibniz: Le "Monadi senza finestre". Nel 1714, il grande genio Gottfried Wilhelm Leibniz rivoluziona tutto. Per lui, l'universo non è fatto di una sola Monade (l'Uno di Pitagora), ma di infinite monadi. Non sono pezzi di materia, ma veri e propri "atomi spirituali", centri di coscienza. La caratteristica più geniale (e terrificante) delle monadi di Leibniz è che sono "senza finestre". Significa che sono completamente isolate: non possono ricevere input dall'esterno né comunicare direttamente con le altre. Ognuna vive nel suo mondo interno, sviluppando i propri pensieri in modo autonomo. Come fanno a formare un universo ordinato se non comunicano? Leibniz dice che è Dio ad averle sincronizzate tutte perfettamente fin dall'inizio (la famosa "armonia prestabilita"), come tanti orologi perfetti regolati sulla stessa ora.
Perché l'abbiamo usata nell'articolo? Quando oggi parliamo di "monadi incomunicabili" sui social network, usiamo proprio l'immagine di Leibniz. Le nostre "tribù digitali" e le echo chambers sono come le monadi leibniziane: chiuse in se stesse, "senza finestre" verso chi la pensa diversamente. Ognuna vive nella propria bolla, convinta di avere ragione, senza poter davvero comunicare o scambiare idee con le altre. La differenza tragica è che, a differenza dell'universo di Leibniz, non c'è nessun Dio a garantire la nostra "armonia prestabilita": c'è solo il rumore di un Paese che ha chiuso le finestre e non sa più dialogare.

Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero

 

Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero


di Marco Pietro Monguzzi

Monatir  7 ottobre 2026


Mentre il mondo si affanna per gli avatar digitali e il nuovo feudalesimo tecnologico, l'unica vera resistenza è recuperare la lentezza del pensiero critico.

7 ottobre 2026. Ieri sera ho ricevuto le prime, affascinanti immagini di una copiosa nevicata in montagna, lontano da qui. Laggiù il clima accarezza l'autunno e, dopo un settembre di maltempo, la natura offre ora giornate indimenticabili.

Il mio sguardo, oltre l'attuale orizzonte, si posa su un vecchio albero di tasso del giardino. È una pianta dalla crescita lentissima, dalle radici tenaci, che resiste al tempo e alle intemperie. La ricordo e mi sembra la perfetta, malinconica metafora di quel "giardino dimenticato del pensiero" umano: un luogo lento, antico, faticoso, che oggi stiamo barbarmente sacrificando sull'altare della fretta digitale. E infatti, basta voltarsi verso lo schermo per trovare l'esatto opposto di quella pace.

L’eco delle notizie rimbomba su Ebola e nuove minacce pandemiche da monitorare secondo l'OMS, mentre lo scenario della geopolitica globale è un insieme di botte da orbi: per dirla in termini spicci, “se le stanno dando di santa ragione”.

Per il resto, osservo l'evoluzione socio-tecnologica in corso e mi accorgo che fatico a mantenerne il ritmo. La lucidità mentale, con gli anni, deve fare i conti con il tempo e, alla vetusta età di quasi ottant'anni, verrebbe quasi da autocompatirsi. Ma poi guardo da vicino gli sviluppi dell'Intelligenza Artificiale e degli agenti digitali, e il quadro diventa a dir poco kafkiano se raffrontato alla scala umana delle priorità e dei profitti.

In Cina, ad esempio, è in corso un programma pilota per il rilascio di carte d'identità a "esseri umani digitali" generati tramite IA. Il documento riporta nome, data di nascita, indirizzo e tratti somatici, e consente a queste entità di possedere un portafoglio di valuta digitale. All'inizio di quest'anno, il primo avatar ha ricevuto un documento ufficiale dal governo: un'identità che permette ai suoi creatori di aprire wallet aziendali e stringere partnership commerciali in settori quali moda, videogiochi e automotive.

Secondo un rapporto del 2025 della Communication University of China, in Cina esistono almeno 1,3 milioni di aziende legate al settore degli umani digitali. Il mese scorso, Pechino ha pubblicato una nuova guida per le emittenti televisive e i servizi di streaming, esortandoli a registrare i propri avatar. Ciò avviene mentre varie agenzie governative varano piani per regolamentarli, in linea con l'iniziativa del presidente Xi Jinping di sviluppare "nuove forze produttive di qualità" e rafforzare l'autosufficienza del Paese nell'IA.

Se in Cina l'uso è legato al live-commerce e alla propaganda, il mercato globale è significativamente più ampio, guidato dal Nord America con l'Asia-Pacifico in rapidissima ascesa. A livello mondiale, il mercato degli esseri umani digitali è stimato tra i 31 e i 50 miliardi di dollari nel biennio 2024-2025. Le proiezioni indicano una crescita esplosiva (circa il 40% annuo), che porterà il settore a superare i 250 miliardi entro il 2030. L'Europa segue con una forte adozione nel retail, nella moda di lusso, nei servizi finanziari e in ambito educativo.

Come stiamo usando questi "umani"?

  • Influencer Virtuali: Gli avatar iper-realistici dominano il marketing. La modella nippo-americana Lil Miquela ha milioni di follower e ha lavorato per Calvin Klein e Prada; la giapponese Imma collabora con Tommy Hilfiger e IKEA. Sono ormai uno standard per abbattere i costi dei servizi fotografici.

  • Intrattenimento e K-Pop: In Corea del Sud le "Virtual Idol" sono un fenomeno di massa. Gruppi come le Mave o le K/DA ottengono milioni di visualizzazioni. In Giappone, la cultura dei VTuber è un'industria a sé stante che genera profitti altissimi.

  • Assistenza e Sanità: Banche e grandi aziende sostituiscono i chatbot testuali con assistenti visivi dotati di riconoscimento emotivo. Nel settore sanitario, gli avatar offrono supporto psicologico e vengono usati per la formazione medica in realtà virtuale.

Il nodo fiscale: chi paga le tasse per un umano che non esiste? Poiché un avatar non possiede personalità giuridica, non è un soggetto fiscale. L'obbligo di dichiarare i proventi ricade sull'entità legale che ne detiene la proprietà intellettuale. Ma il trattamento fiscale presenta peculiarità enormi rispetto agli influencer in carne ed ossa:

  1. Reddito d'impresa vs Partita IVA: Se l'avatar è di un'agenzia, i compensi confluiscono a bilancio come ricavi aziendali (soggetti a IRES). Se dietro c'è un creatore indipendente, i proventi rientrano nel lavoro autonomo (in Italia con codice ATECO 73.11.03), con pagamento di IRPEF e contributi INPS.

  2. Il vantaggio della Proprietà Intellettuale: Questa è la vera differenza. L'umano cede i diritti della propria immagine; l'avatar è un asset immateriale, un'opera dell'ingegno. Quando un brand assume un avatar, paga una licenza d'uso. I ricavi possono essere inquadrati come diritto d'autore, godendo in Italia di una tassazione agevolata (deduzioni forfettarie fino al 25% o 40% per i giovani) senza documentare le spese. A livello societario, si può sfruttare il Patent Box.

  3. IVA e Barter: Le prestazioni sono servizi commerciali soggetti a IVA. Attenzione poi ai "cambi merci": se un brand invia prodotti fisici al creatore per digitalizzarli, quel bene ricevuto in "regalo" è una prestazione in natura: va quantificato e tassato come reddito effettivo.

  4. I controlli (Direttiva DAC7): È sempre più difficile nascondere i guadagni. In UE, le piattaforme comunicano in automatico al fisco i compensi lordi dei creatori sopra i 2.000 euro annui. Il fisco incrocia i dati con i conti correnti.

L'arma del ritardo: perché i media e la politica tacciono Ma c’è un paradosso enorme, un silenzio assordante che avvolge tutto questo. Mentre l'informatica e la rete corrono a velocità inaudite, le persone comuni vengono tenute rigorosamente all'oscuro. I media tradizionali e la classe politica, con una complicità che rasenta il cinismo, filtrano e annacquano queste rivoluzioni, riducendole a banalità o a spauracchi fantascientifici.

Non è disinteresse, è una strategia precisa: il ritardo. In un Paese come l’Italia, il "ritardo sociale" e digitale non è un difetto di fabbrica, ma il vero, inconfessabile motore del potere. Mantenere la popolazione indietro, analfabeta funzionale rispetto alle vere dinamiche della rete e dell'automazione, serve a preservare intatti i privilegi della casta politica e burocratica. Se il cittadino medio comprendesse davvero come l'IA stia ridisegnando l'economia, o come i dati vengano usati per manipolarne il consenso, la rabbia esploderebbe. Il ritardo cognitivo imposto dall'alto è l'unico argine al cambiamento, l'unico modo per mantenere la sudditanza di un popolo a cui viene negato il diritto di comprendere il proprio futuro.

Il vero nervo scoperto: il mantenimento dello status quo E veniamo al punto cruciale, il vero nervo scoperto della questione. Se un algoritmo o un automa sostituisce un lavoratore, lo Stato perde l'imposta sul reddito e i contributi previdenziali. Se continuiamo a spremere fiscalmente solo il lavoro umano (che inevitabilmente si ridurrà) per mantenere il sistema, il welfare state collasserà. Tassare la ricchezza generata dall'automazione servirebbe a finanziare un Reddito di Base Universale, sganciando finalmente la sopravvivenza umana dalla necessità di dover produrre a tutti i costi.

Ma qui tocchiamo l'ostacolo sistemico. Storicamente, l'intera architettura delle nostre società si basa su un patto in cui il lavoro salariato è il principale strumento di sussistenza, ma anche di disciplina e organizzazione sociale. La necessità di lavorare per non finire per strada, unita alla gestione del debito privato, è ciò che tiene in riga il sistema.

Se le macchine producessero l'essenziale e questa ricchezza venisse redistribuita, si spezzerebbe questo millenario meccanismo di dipendenza. Le persone avrebbero un'enorme disponibilità di tempo libero, sicurezza psicologica e risorse per dedicarsi all'istruzione, alla creatività, alla politica o al pensiero critico. In un paradigma simile, i tradizionali strumenti di controllo di massa — la paura della disoccupazione, l'ansia economica e il logoramento del tempo — perderebbero di colpo la loro efficacia. È molto difficile dire a un cittadino sereno, istruito e con i bisogni primari garantiti cosa deve fare o pensare.

Il vero ostacolo alla tassazione dell'IA e alla redistribuzione non è quindi solo tecnico, ma profondamente politico. Significherebbe passare da un'economia costruita sulla scarsità e sulla competizione per sopravvivere, a una basata sull'abbondanza e sulla liberazione del tempo.

Chi oggi detiene i mezzi di produzione intellettuale — i grandi colossi del Tech che possiedono i server, i modelli linguistici e i brevetti degli avatar — ha un potere contrattuale superiore a quello di molti Stati nazionali. La vera sfida dei prossimi anni non sarà calcolare l'aliquota per una "macchina pensante", ma capire se le democrazie avranno la forza politica di riprendersi il controllo della ricchezza prodotta, o se accetteranno di diventare semplici spettatrici di un nuovo feudalesimo digitale.

Marco Pietro Monguzzi