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Milano-Cortina 2026: L'Olimpiade Invisibile

 Milano-Cortina 2026: L'Olimpiade Invisibile

Marco Monguzzi
Mahdia Capo Africa, febbraio 2026

Ovvero: come la tecnologia viene nascosta dalle lacrime e resa inaccessibile dall'opacità normativa

Mentre sulle piste di Cortina e nei palazzetti di Milano si disputano le Olimpiadi invernali 2026, accade un fenomeno paradossale: la tecnologia più avanzata mai dispiegata in un evento sportivo viene deliberatamente occultata dalla narrazione mediatica.

Siamo di fronte a un dispiegamento senza precedenti:
• Sensori piezoelettrici negli sci che misurano le microvibrazioni a 10.000 campioni al secondo.
• Intelligenze artificiali che analizzano in tempo reale la biomeccanica di ogni curva.
• Droni autonomi che seguono la discesa libera con precisione centimetrica.
• Broadcasting in 8K con tracciamento oculare per personalizzare l'esperienza dello spettatore.

Eppure, cosa vedono i telespettatori? Il pianto dell'atleta sul podio. La bandiera che sventola. La storia personale montata con musica strappalacrime. La tecnologia — il vero motore di questa edizione — è ridotta a sfondo invisibile, quasi fosse un dettaglio imbarazzante da nascondere dietro l'umanesimo di facciata.

L'opacità normativa come filtro sociale

Oltre alla narrazione oscurata, un secondo strato di invisibilità avvolge l'innovazione olimpica: l'opacità delle regole che governano la sua circolazione. Dati biometrici, sequenze video, algoritmi di tracciamento — tutto ciò che rende possibile l'evento è avvolto in una nebbia normativa che pochi osano attraversare. Non è tanto la legge in sé a escludere, quanto la percezione diffusa che qualsiasi rielaborazione possa scatenare conseguenze imprevedibili. Il risultato? Una partecipazione collettiva sterilizzata. Resta solo il consumo passivo, autorizzato, monetizzato.

Questa opacità funziona come una dogana cognitiva. Le dogane materiali rallentano le merci; l'opacità normativa rallenta le idee. Entrambe frammentano flussi che, per loro natura, tenderebbero a circolare liberamente. E mentre le economie predicano la libera circolazione dei container, costruiscono muri sempre più fitti attorno alla circolazione della conoscenza. È il grande paradosso del nostro tempo: frontiere aperte per le merci, frontiere chiuse per i bit.

Il contagio tecnologico (per chi conosce le regole del gioco)

L'aspetto più interessante è che questa tecnologia, seppur nascosta al pubblico, "contagia" altri sport.
Il calcio europeo adotta i sensori di pressione dello sci alpino per analizzare il carico articolare dei calciatori.
Il cricket indiano integra gli algoritmi nati per il salto con gli sci per modellare traiettorie a 150 km/h.
La pallavolo importa sistemi di visione artificiale per tracciare non solo la palla, ma l'attivazione muscolare in tempo reale.

La tecnologia, quando è davvero potente, non chiede permesso: si diffonde. Ma questa diffusione si ferma a chi conosce le regole del gioco — avvocati, grandi federazioni, multinazionali dello sport. Il cittadino comune ne è escluso non per mancanza di interesse, ma per la barriera invisibile dell'incertezza: la consapevolezza che un semplice gesto di condivisione potrebbe avere conseguenze imprevedibili.

La disoccupazione come scelta politica

Qui emerge la vera causa della disoccupazione contemporanea. Se la tecnologia si diffonde inevitabilmente — contagiando sport, industrie, settori apparentemente distanti — perché mai dovrebbe "distruggere" il lavoro? Non lo fa. La disoccupazione non è figlia dell'automazione, ma della scelta politica di non accompagnare questa diffusione con un accesso chiaro alla conoscenza e con una formazione diffusa. Mentre i sensori olimpici si trasformano in strumenti per allenatori dilettantistici, i sistemi educativi insegnano competenze ferme al Novecento e le istituzioni evitano di chiarire le regole della circolazione tecnologica.

Non mancano i posti di lavoro: manca la volontà di preparare cittadini capaci di abitare questa realtà senza timore.

L'ignoranza come risorsa di governo

I media alimentano deliberatamente questa scissione. Mostrano il pianto dell'atleta, non il sensore che ha reso possibile misurare il suo record. Raccontano la fatica umana, non l'infrastruttura cognitiva che la rende visibile. Perché? Perché una società che comprende cosa sia un protocollo di trasmissione dati o cosa significhi "sovranità dei dati" diventa difficile da governare con le sole promesse emotive. Meno cittadini sanno leggere il mondo digitale, meno possono contestare chi controlla le infrastrutture.

L'ignoranza non è un incidente: è una risorsa politica. È la più efficiente foraggiatrice di manodopera a basso costo, facile da motivare con slogan invece che con competenze.

È lecito domandarsi, con amarezza, come sia possibile che nel 2026 — mentre droni autonomi seguono sciatori a 130 km/h — esistano ancora adulti che usano internet solo per "chiacchierare" su un telefonino, senza sapere cosa sia un indirizzo IP, cosa significhi "sovranità dei dati", perché un server fisico in un paese straniero rappresenti un rischio geopolitico. Non è ignoranza naturale: è ignoranza coltivata. È il risultato di un patto non scritto tra media, potere normativo e una leadership che preferisce il silenzio della passività al rumore della conoscenza.

Conclusione: verso lo scontro (Los Angeles 2028 e oltre)

Le Olimpiadi 2026 dimostrano che la tecnologia non è mai neutrale: o la si comprende e la si governa, o la si subisce mentre altri ne traggono vantaggio. Ma il modello attuale — tecnologia avanzata + narrazione oscurata + opacità normativa — è destinato al collasso. Guardiamo a Los Angeles 2028: una città fondata sulla cultura del remix, dove la rielaborazione creativa è principio costituzionale. Come si concilierà con un regime olimpico che trasforma ogni gesto di partecipazione in un rischio potenziale? E Brisbane 2032, in un continente che sta investendo massicciamente nella sovranità digitale?

Il conflitto è inevitabile. O le Olimpiadi si apriranno — trasformando i dati in bene comune, il racconto in partecipazione collettiva — o diventeranno sempre più un evento per addetti ai lavori, mentre il pubblico reale si disinteresserà definitivamente.

Finché preferiremo l'opacità alla chiarezza, l'emozione alla comprensione, la passività alla partecipazione, ogni crisi sarà attribuita a un capro espiatorio esterno: la tecnologia. Mentre il vero ostacolo al lavoro, alla dignità, al progresso, siede comodamente nei palazzi del potere che preferiscono il silenzio della passività al rumore della conoscenza.

Articoli correlati: «Il prezzo della neve»,«Oltre il Podio: La Doppia Faccia di Milano-Cortina 2026 », Monguzzi Info Com, febbraio 2026.


Approfondimento giuridico:

La questione della circolazione dei dati olimpici e dei diritti connessi richiede un dibattito specifico tra giuristi, policy maker e cittadini. Per un'analisi delle dispute legali sul copyright digitale, delle sentenze contrastanti e delle prospettive di riforma normativa, si rimanda a: «Copyright Olimpico: Quando la Legge Frena l'Innovazione» (in preparazione).

-mm-