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I Nuovi Galantuomini: Quando la Sete diventa un Futures su Wall Street

 

I Nuovi Galantuomini: Quando la Sete diventa un Futures su Wall Street

Leggendo Cristo si è fermato a Eboli a scuola, abbiamo imparato cos’è l’abbandono. Abbiamo visto quei contadini di Gagliano, isolati dal mondo, dimenticati dallo Stato, lasciati soli contro la malaria e la terra arida. Pensavamo che quel mondo fosse finito, sepolto sotto il progresso, le autostrade e internet. Ci sbagliavamo di grosso. Lo Stato non si è più fermato a Eboli. Ci è arrivato. Ma non ha portato giustizia. Ha portato il contatore.
Quello che Carlo Levi descriveva come un "male antico", fatto di silenzio e assenza, oggi si è trasformato in qualcosa di molto più attivo e crudele: una presenza predatrice. L’acqua, che per i contadini di Levi era un miraggio naturale, oggi segue la logica spietata del petrolio. È diventata una commodity, un asset finanziario, un’arma di controllo. E noi, cittadini del XXI secolo, siamo i nuovi contadini di una feudalità digitale e burocratica.

1. L’Evoluzione dei "Galantuomini"

Nel libro di Levi, il potere locale era incarnato dai "galantuomini": il sindaco, il farmacista, Don Carlo Magalone. Figure provinciali, pigre, parassitarie, che gestivano il potere con un misto di arroganza e ignoranza. Erano corrotti, sì, ma almeno erano lì, nella piazza del paese. Li potevi vedere, li potevi (teoricamente) riconoscere.
Oggi quei galantuomini non ci sono più. O meglio, si sono evoluti. Hanno tolto il cappello di feltro e indossato l’abito sartoriale. Non passeggiano più nella polvere, ma siedono nei consigli d’amministrazione delle multiutility quotate in borsa, nelle agenzie di regolazione tariffaria, nelle sale riunioni blindate di Milano o Londra. Parlano un linguaggio nuovo, incomprensibile quanto il dialetto lucano di un tempo: usano termini come "ottimizzazione degli asset", "efficientamento della rete" e "sostenibilità del dividendo". Sotto queste parole fredde si nasconde la stessa vecchia avidità, ma amplificata da una potenza di fuoco finanziaria che Levi non avrebbe mai potuto immaginare.
E non agiscono da soli. Hanno i loro "notai": una classe politica nazionale ed europea che, invece di tutelare il bene comune, ha scritto leggi su misura per favorire le privatizzazioni. Sono tecnocrati e legislatori che usano il burocratese comunitario per blindare il sistema, garantendo impunità ai nuovi padroni mentre svendono il nostro futuro.

2. La Siccità quotata in Borsa: La Mentalità dei Futures

Mentre i nuovi galantuomini ottimizzano i loro asset, accade qualcosa di terrificante a migliaia di chilometri di distanza. Anche se il mercato diretto dei futures sull'acqua riguarda principalmente altre aree del globo, la mentalità di Wall Street ha infettato le nostre tubature. I grandi fondi d’investimento globali, abituati a scommettere sulla siccità californiana tramite contratti derivati, applicano la stessa logica spietata alle nostre multiutility. Per loro, l’acqua non è vita: è una classe di asset.
Capite la perversione? La siccità in Sicilia, la perdita di una condotta a Gagliano, il rubinetto a secco non sono più emergenze umanitarie o danni da riparare. Sono variazioni di prezzo. Ogni goccia che manca fa salire il valore percepito della risorsa. Ogni incendio non spento aumenta il premio di rischio. La sofferenza reale dei cittadini diventa un grafico ascendente per i trader. Stanno scommettendo contro la nostra sopravvivenza, e vincono ogni volta che abbiamo sete.

3. L’Entanglement della Speculazione: Tutto è Connesso

Nel mondo di Levi, tutto era locale e statico. Nel nostro mondo, tutto è connesso e vibrante. Il degrado infrastrutturale creato decenni fa – dirottando i nostri soldi per consenso politico – non è rimasto confinato nei bilanci comunali. Ha creato un’onda d’urto che oggi colpisce le nostre case. C’è un entanglement finanziario perverso: il tubo rotto nel tuo palazzo vibra istantaneamente nei portafogli di investitori che non sanno nemmeno dove si trovi l’Italia. Non c’è più nemmeno la scusa dell’incompetenza. Questi nuovi tecnocrati sanno esattamente cosa stanno facendo. Sanno che mantenere la rete inefficiente crea scarsità artificiale. Sanno che la scarsità alza i prezzi. E sanno che i mercati finanziari premiano chi possiede la risorsa, non chi la distribuisce equamente.
E mentre giocano con i numeri, noi beviamo. O meglio, tentiamo di bere. Perché l'"ottimizzazione degli asset" spesso significa tagliare sui controlli di qualità e sulla manutenzione dei filtri. La speculazione non ti svuota solo il portafoglio: rischia di avvelenarti il sangue. Bere acqua con parametri al limite perché cambiare un filtro costa troppo è l'ultimo atto di disprezzo verso il cittadino.

4. Il Cinismo degli Incendi: Pagare per Bruciare

Il punto più oscuro, quello che fa gelare il sangue, è il paradosso degli incendi. Quando le fiamme divorano i boschi – spesso perché lasciati incolti, abbandonati come i campi di un tempo – lo Stato interviene. Ma l’acqua che spegne il fuoco non è più un atto di solidarietà pubblica. È una transazione commerciale. Lo Stato compra l’acqua dai gestori privati usando i tuoi soldi.
È un giro perfetto e osceno:
  1. I fondi speculativi scommettono sulla scarsità idrica strutturale.
  2. La siccità arriva (aggravata dalla mancata manutenzione pubblica).
  3. Scoppiano gli incendi.
  4. Lo Stato paga il privato per l’emergenza.
  5. Il cittadino paga due volte: con le tasse per l’intervento e con le bollette salate per il servizio.
I nuovi galantuomini incassano su ogni passaggio. Tu perdi la casa, loro guadagnano sul bilancio trimestrale. Se provi a salvarti da solo, il contatore gira. Se aspetti i vigili del fuoco, le tue tasse arricchiscono chi specula sulla tua disgrazia. In entrambi i casi, sei intrappolato.

Conclusione: Spezzare la Catena

Dobbiamo smettere di pensare che il problema sia tecnico o locale. Il problema è morale, politico e globale. I "galantuomini" di oggi non hanno faccia, non hanno accento, non vivono nelle nostre piazze. Vivono nei server di trading e nei report annuali. Ma il loro effetto è tangibile quanto la malaria di un tempo: ti prosciuga, ti indebolisce, ti lascia solo.
Indigniamoci. Ma non restiamo nell’indignazione passiva. Ogni volta che paghiamo una bolleta salata per un servizio scadente, stiamo finanziando il nostro stesso sfruttamento. Dobbiamo pretendere che l’acqua esca dalle logiche di borsa e torni ad essere un diritto umano, fuori dalla speculazione sulla nostra fine.
Perché l’acqua non è un futures. Non è una scommessa. È vita. E la vita non la si quota in borsa.
Marco Pietro Monguzzi