Il Salone del Clima che non c’è: tra Davos senza neve e Bruxelles senza rotta
Quando il “dialogo globale” ignora chi vive il cambiamento ogni giorno — perché servirebbe un nuovo forum, radicato nei territori e non nelle élite.
Il malumore del cielo africano
Da un capo all’altro dell’Africa, il cielo appare oggi gravido di un malumore stagionale. È un grigio freddo che, nell’immaginario collettivo, sembra quasi suggerire un raffreddamento. Eppure, la cronaca racconta una realtà opposta e brutale: il Nord Africa è martoriato da alluvioni incessanti, mentre a sud il Parco Nazionale Kruger chiude i battenti sotto il peso di inondazioni senza precedenti.
Nello stesso istante, a Davos, le immagini satellitari restituiscono l’istantanea di un paesaggio “spennacchiato”: strade e tetti sono privi di quella neve che, nelle foto d’archivio, abbondava a metri. Qui, dal 19 al 23 gennaio 2026, l’élite globale si riunisce sotto lo slogan “Lo spirito del dialogo”. Ma quale dialogo è realmente possibile quando i segnali del territorio — la neve che scompare, le piogge che devastano — smentiscono categoricamente le narrazioni ufficiali?
In montagna, il dato è inequivocabile: a quote abitative restano appena 33–39 cm di neve contro una media storica di 83 cm. È il segnale di un trend consolidato: inverni troppo miti per sostenere manti nevosi sotto i 1500 metri. Questa discrepanza tra esperienza locale e discorso globale trasforma il riscaldamento globale in una crisi narrativa: non è una bufala, ma la sua riduzione a slogan superficiale genera uno scetticismo reattivo proprio dove servirebbe ascolto.
Lo “spirito del dialogo” e il peso del portafoglio
Resta un fatto incontrovertibile: lo “spirito del dialogo” è spesso direttamente proporzionale all’investimento economico. In economia climatica, questo si traduce nel concetto di Loss and Damage (perdite e danni). Il dialogo diventa autentico solo quando chi possiede le risorse investe concretamente nella protezione di chi, come le popolazioni africane, subisce gli effetti di un sistema industriale a cui non ha mai partecipato.
Quando il dibattito si riduce a fazioni binarie — allarmisti contro negazionisti — restano schiacciate le comunità che affrontano ogni giorno l’instabilità del clima senza voce né risorse.
Dalla Torino delle carrozzerie alla Bruxelles dell’incertezza
Parlo come chi ha vissuto l’epoca d’oro della comunicazione industriale. Ricordo i Saloni di Torino e Bologna degli anni ’60 e ’70: oltre 500 espositori da ogni angolo del pianeta. Nel 1965, 68 marche automobilistiche — tra cui 14 italiane come Abarth, Bizzarrini e Siata — mostravano al mondo architetture meccaniche leggendarie. Era un’Italia gigante mondiale della componentistica, capace di attirare 600.000 visitatori in un ingranaggio vivo, profumato di gomma e ambizione.
Oggi, il Salone di Bruxelles accoglie 67 marchi con 11 anteprime mondiali, ma l’atmosfera è sospesa. C’è un’incertezza paralizzante sulla transizione dai motori a combustione. Mentre gruppi come Stellantis (si veda la nuova Lancia Ypsilon Rally2 HF) ribadiscono l’impegno per l’elettrico, dietro le quinte il mercato frena. Se l’Europa non confermerà con fermezza il divieto ai motori termici entro il 2035, le aziende saranno costrette a un “disinvestimento di sopravvivenza” verso l’ibrido, rallentando quella scala industriale necessaria a rendere l’elettrico un bene accessibile — e non un lusso per pochi.
La banalità dell’inerzia climatica
Questa esitazione riflette perfettamente la schizofrenia tra Davos e Bruxelles:
A Davos, si celebra il dialogo mentre l’assenza di neve urla l’inerzia politica.
A Bruxelles, si espongono auto lucenti mentre il sistema trema davanti alla spinta cinese (BYD, NIO, Geely) e alla propria mancanza di una rotta chiara.
Qui torna attuale la “banalità del male” di Hannah Arendt: non una crudeltà manifesta, ma un’assenza di pensiero, un conformismo burocratico che permette di partecipare ai summit continuando a decidere come se nulla fosse. È il male della distrazione organizzata — l’abitudine a parlare di futuro senza mai cambiarne il corso.
Per un Salone del Clima radicato nei territori
Forse è tempo di immaginare un nuovo tipo di “Salone del Clima”: itinerante, decentrato, lontano dai velluti delle élite. Un forum dove i contadini del Sahel, i pescatori del Nilo e gli artigiani delle Alpi possano mostrare non solo i danni, ma le loro soluzioni di resilienza.
Sarebbe un atto di giustizia cognitiva: riconoscere che chi vive il clima ogni giorno ha più da insegnare di chi lo gestisce da lontano. Il vero salone del futuro non avrà loghi, ma avrà l’odore della terra, il fango delle alluvioni e la dignità di chi non ha scelto di essere al centro della crisi, ma ha scelto di non arrendersi ad essa.
Note
Dati ARPA e osservatori alpini, confronto medie 1971–2000 vs. 2025–2026.
Brussels Motor Show 2026 – Official Press Kit.
H. Arendt, La banalità del male (1964). Applicazione al contesto dell’Antropocene sviluppata da Bruno Latour e Amitav Ghosh.
L’Autore
Ex
Continental AG – Head of Advertising per l’Italia. Già
Responsabile Organizzativo per la comunicazione di una delle
principali multinazionali automotive. Oggi vive a Mahdia, in Tunisia,
dove scrive e collabora a progetti di sviluppo rurale e giustizia
climatica nel bacino del Mediterraneo.