MOMENTI 2026
In
questo esercizio difficile del momento — in cui ogni scelta sembra
un passo su ghiaccio sottile — ci si appresta a seguire qualche
onda nel paniere delle opzioni.
Alcuni eclissano le notizie,
attendendo tatticamente che si formino i profili dei surfisti, attori
del momento; altri si agitano convulsamente nel “non si sa mai”,
come foglie al vento di una verità che non vuole farsi trovare;
altri ancora intrecciano trame in labirinti di un percorso intricato,
fiduciosi come Teseo — anche se ormai nessuno ricorda se fu il filo
o il coraggio a salvarlo dal Minotauro.
E intanto, l’opportunismo,
avido, divora la vicenda.
Il
Mediterraneo tace.
Ma il suo silenzio non è vuoto: è carico di
relitti, di lingue dimenticate, di esuli che hanno cantato morendo e
di mercanti che hanno mentito sorridendo.
Anche lui attende. Non
il verdetto, ma il momento in cui le onde decideranno da che parte
portare i semi.
Eppure,
nonostante tutto,
Caracas
respira.
Aspetta
il tempo, sì — ma intanto affaccia nuove prospettive lungo il
verso del proprio orizzonte. Un sospiro: profondo, antico. E in quel
sospiro, ecco
affiorare l’assurdo
— un bullismo atavico che si veste di pedagogia, come se la
violenza potesse mai educare in un suono assoluto.
Eppure,
nonostante tutto,
ridiamo.
Ridiamo
perché la storia, pur ripetendosi, non ci trova sempre uguali.
Amico, nemico o assente — poco importa. Ciò che conta è che ogni
prigione interiore, per quanto antica, custodisce ancora una porta
socchiusa. Quella stessa porta da cui è uscito l’uomo che,
sopravvissuto allo scorrere delle stagioni, ha imparato a danzare
anche sotto la pioggia — e a navigare senza bussola, fidandosi solo
del sale sulla pelle.
E
allora, pur sapendo che la struttura in cui è stato portato Nicolás
Maduro è una famigerata prigione di New York — luogo che ha
accolto signori del narcotraffico e stelle dell’hip-hop, quasi
fosse una “prigione a cinque stelle” nell’esposizione globale
dello spettacolo —
scegliamo
di cantare.
Scegliamo
di cantare.
Con gli occhi lucidi ma il petto aperto,
intrecciamo
empatia e ironia,
e alziamo la voce:
«Avanti
il prossimo!»
Perché
anche nel caos, c’è un ritmo.
E nel ritmo, c’è speranza.
E
nel Mediterraneo — vecchio maestro di rovine e rinascite —
c’è
sempre un vento che spinge oltre la sponda del possibile.
E
ora, all’orizzonte dell’Isla Margarita, un canto si leva dalle
onde —
non di guerra, non di lamento,
ma di chi ha imparato a
cantare
mentre
il mare decide il destino.
È
il canto di chi non sfida l’uragano,
ma ne conosce il nome.
Di
chi raccoglie perle tra le onde sferzanti,
e sa che la libertà
non è dominare il mare,
ma restare
in ascolto, con le mani aperte e il cuore saldo.
Questa
voce dal mare:
rassegnata,
sì — ma mai sconfitta.
- mm -