La frontiera che non regge. Moyale e l'unica faglia che attraversa l'Africa
La sete, prima della politica
La prima cosa che arriva non è la geopolitica. È la sete. Arriva prima delle analisi, prima delle mappe, prima dei comunicati delle capitali. Arriva con le donne che rallentano il passo, con i bambini che cercano un'ombra dove l'ombra non basta, con le taniche di plastica vuote allineate sulla sabbia come una preghiera muta.
A Moyale, sul confine tra Kenya ed Etiopia, la crisi non comincia con una conferenza stampa. Comincia con una fila. Una fila per l'acqua, per il cibo, per un telo, per una visita medica, per sapere se qualcuno dall'altra parte del filo spinato ha notizie di una casa lasciata indietro. Moyale è una cittadina di passaggio, ma oggi il passaggio si è fermato. È diventato accumulo, attesa, pressione. Nella Contea di Marsabit, l'arrivo di decine di migliaia di sfollati ha trasformato il confine in una zona di pura sopravvivenza. Le stime parlano di oltre 40.000 o 50.000 persone in movimento: un numero che, detto così, sembra amministrativo. Ma dietro ogni cifra c'è un volto, una madre, un oggetto portato via in fretta, una porta chiusa senza sapere quando sarà riaperta.
"Non so perché siamo scappati. So solo che non potevamo restare. I miei figli hanno sete." — Fatuma, 34 anni, arrivata da Gode due settimane fa
L'abbandono sistemico
La maggioranza di chi attraversa il confine è composta da donne e bambini. Sono loro a trovare acqua, dividere il poco cibo, tenere uniti i nuclei familiari, proteggere i più piccoli, improvvisare una normalità dove la normalità è saltata. Nei report delle organizzazioni internazionali questa capacità viene spesso definita "resilienza". Ma i dati raccontano un'altra storia: le comunità keniote che accolgono gli sfollati non vivono nell'abbondanza. Conoscono già la scarsità, la fragilità climatica, la durezza delle distanze, l'assenza cronica di servizi. Moyale non è un centro europeo con risorse elastiche e magazzini pieni: è una frontiera esposta, dove ogni nuovo arrivo pesa su ospedali già deboli, su scuole impreparate, su pozzi insufficienti, su famiglie che dividono ciò che bastava a malapena per loro stesse.
Qui, l'emergenza umanitaria incontra la geopolitica. Ma non la incontra nei palazzi di vetro. La incontra nella polvere. E nella polvere si leggono le cifre dell'abbandono: il rapporto tra sfollati e popolazione locale, il numero di pozzi funzionanti, le ore di attesa per una visita medica. Sono questi i dati che misurano la capacità — o l'incapacità — delle istituzioni di garantire ciò che dovrebbe essere garantito.
Una sola faglia, dall'Atlantico al Mar Rosso
Per capire Moyale, però, bisogna smettere di frammentare la crisi. Perché ciò che accade oggi al confine tra Kenya ed Etiopia non è un episodio isolato, né una "faglia etnica locale": è il punto di emersione di un'unica grande faglia longitudinale e geoeconomica che attraversa il continente dall'Atlantico al Mar Rosso.
Visto da una prospettiva materialista e non eurocentrica, il continente africano non è un mosaico di crisi slegate. È un'unica zona di estrazione e competizione, dove le crisi locali sono costantemente alimentate, compresse e riattivate da dinamiche globali di saccheggio delle risorse, controllo delle rotte energetiche e competizione imperialista.
Le faglie etniche hanno radici storiche, culturali, politiche proprie. Le tensioni tra Oromia, Amhara e Regione Somali esistono da decenni, ben prima che la competizione multipolare diventasse ciò che è oggi. Tuttavia, queste tensioni non si muovono mai nel vuoto: vengono costantemente riattivate da dinamiche globali.
Prendiamo il Corno d'Africa. L'Etiopia — pilastro demografico ed economico dell'intera area — confina con tutti e sette i suoi vicini attraverso linee che sono, quasi ovunque, cicatrici aperte1. Un gigante circondato da sette confini feriti non può permettersi di zoppicare: ogni suo passo falso diventa terremoto regionale. Quando il simbolo di una bandiera o l'appartenenza a un clan diventa un innesco letale, il confine interno di uno Stato si trasforma in linea di scontro. E questo accade proprio mentre l'Etiopia firma un controverso memorandum con il Somaliland per assicurarsi uno sbocco al mare, innescando una nuova crisi diplomatica con Mogadiscio2.
Ma non è solo questione di confini interni. Il vuoto lasciato o gestito male dall'Occidente viene immediatamente occupato da nuove competizioni multipolari: Stati Uniti contro Cina, Emirati Arabi contro Arabia Saudita, interessi occidentali residui contro espansione russa. Gli Emirati Arabi Uniti finanziano porti nel Somaliland per controllare le rotte del Mar Rosso, mentre la Russia offre protezione ai golpe del Sahel in cambio di accesso all'oro e all'uranio. I confini che "non reggono" a Moyale sono le dighe di carta che cedono sotto l'onda d'urto di una competizione globale per l'energia, le rotte e il controllo territoriale.
Basta spostare lo sguardo qualche migliaio di chilometri verso ovest per ritrovare la stessa architettura del dominio. Nel Sahel e nell'Africa occidentale la frattura ha assunto una forma istituzionale ancora più netta. Dei sedici paesi che compongono l'ECOWAS — la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale, pilastro dell'integrazione regionale dagli anni '70 — tre si sono sfilati tra il 2023 e il 2024: Mali, Niger e Burkina Faso. Usciti dall'organizzazione dopo una serie di colpi di stato militari e in risposta alla minaccia di un intervento armato regionale, hanno prima formato l'Alleanza degli Stati del Sahel e poi, nel 2024, la Confederazione degli Stati del Sahel: un blocco militare e politico autonomo, che segna la fine di un'epoca3.
A questo si aggiunge la questione monetaria, che è poi la vera eredità materiale del colonialismo. Il franco CFA — la valuta emessa dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale e garantita un tempo direttamente dal Tesoro francese — circola ancora in otto paesi della regione4. Un simbolo, e uno strumento, di una sovranità economica che molti paesi della regione ormai considerano incompiuta. Il rigetto del franco CFA da parte di Mali, Niger e Burkina Faso non ha prodotto automaticamente liberazione economica: ha aperto uno spazio che viene immediatamente occupato da nuove competizioni multipolari.
Il nodo energetico e logistico
Sia il Sahel che il Corno d'Africa sono i due grandi fianchi attraverso cui passano le rotte energetiche, i corridoi commerciali globali, le infrastrutture minerarie e la competizione spietata tra le nuove potenze. Quel che appare come "etnicismo" in Etiopia, "golpe militare" nel Sahel, "siccità" a Moyale sono frammenti della stessa identica insofferenza verso un sistema di sovranità artificiale che non garantisce né pane né pace, ma serve solo a estrarre valore.
Separare i due teatri significa trasformare la geopolitica in una branca dell'antropologia criminalizzante: "i popoli che si azzuffano per le identità". Ricomporli in un'unica crisi sistemica ed energetica significa smascherare l'architettura reale del dominio. Pezzettare il continente in "aree di crisi separate" è un dispositivo ideologico che occulta la matrice sistemica globale e riproduce lo schema coloniale del divide et impera anche nel pensiero.
Intanto, a Moyale
Intanto, a Moyale, le taniche restano in fila. E chi le riempie non sa nulla dell'ECOWAS, né del franco CFA, né dei memorandum sul Somaliland, né della competizione tra Cina e Stati Uniti per il controllo delle rotte. Sa solo che l'acqua di oggi basta per domani, e che la frontiera, ieri, era aperta.
Ma non tutto è abbandono. A Moyale, come nel Sahel, esistono reti di solidarietà transfrontaliere che cercano di organizzare l'accoglienza. Esistono movimenti sociali che nel Sahel lottano per la sovranità monetaria. Esistono donne che, nonostante tutto, continuano a tenere insieme i nuclei familiari. Sono forme di resistenza concreta, quotidiana, ostinata.
Il limite della frontiera
Per questo Moyale non è soltanto un luogo di soccorso. È il punto di emersione di una crisi più ampia: quella di Stati che faticano a tenere insieme territori e identità non per "ataviche rivalità etniche", ma perché sono ostaggi di una competizione globale per l'energia, le rotte e il controllo territoriale; di comunità locali chiamate a reggere emergenze che nascono da decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza; di organizzazioni internazionali che arrivano spesso in ritardo, quando la frattura ha già prodotto fame, sete e sfollamento.
La domanda, allora, non è solo quanti altri profughi arriveranno domani. La domanda è più dura, e non ammette rinvii: per quanto tempo una frontiera — di sabbia, di carta o di valuta — può sostituire una soluzione politica? E soprattutto: quale soluzione politica, in un sistema che produce crisi per estrarre valore?
Note
- L'Etiopia confina a nord con l'Eritrea, a nord-est con Gibuti e con il territorio conteso del Somaliland, a est e sud-est con la Somalia (circa 1.600 km di confine, in parte contestato), a sud con il Kenya, a ovest e nord-ovest con il Sudan e il Sudan del Sud.
- Nel gennaio 2024, l'Etiopia ha firmato un memorandum d'intesa con il Somaliland — territorio autoproclamatosi indipendente dalla Somalia nel 1991 ma non riconosciuto internazionalmente — per ottenere uno sbocco al Mar Rosso in cambio di un possibile riconoscimento. L'accordo ha innescato una forte crisi diplomatica con la Somalia, che considera il Somaliland parte del proprio territorio.
- I sedici paesi membri dell'ECOWAS sono: Benin, Burkina Faso, Capo Verde, Costa d'Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Togo. Mali, Niger e Burkina Faso si sono ritirati tra il 2023 e il 2024.
- Il franco CFA circola attualmente in otto paesi: Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali (fino al recente recesso), Niger, Senegal e Togo. La valuta è emessa dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Occidentale (BCEAO) per l'Africa occidentale e dalla Banca Centrale degli Stati dell'Africa Centrale (BEAC) per l'Africa centrale.
