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OLIMPIADI INVERNALI 2026

 

Milano-Cortina 2026 arriva in un contesto climatico radicalmente diverso da Torino 2006.
Ho calcolato il costo reale della neve artificiale per un'intera Olimpiade: 2,4 milioni di m³ richiedono 1,2 milioni di € solo per l'energia — ma il vero problema non è la bolletta.
È la geografia idrica: sollevare 1 miliardo di litri d'acqua di 800 metri di dislivello consuma il 60% dell'energia totale. E in un'epoca di siccità alpina ricorrente, quel miliardo di litri ha un costo opportunità: non alimenta turbine idroelettriche né irriga prati a valle.
Il paradosso? Il costo della neve (2,6 M€) è solo il 4% del vero onere: le infrastrutture specializzate come la pista da bob di Cesana (65 M€), oggi utilizzata meno di 5 giorni all'anno.
Le Olimpiadi non sono un business. Sono un patto simbolico — ma spesso chi firma il patto (la politica) non è chi ne paga il prezzo (la cittadinanza), mentre i benefici vanno ai privati.
Ho sviluppato un framework a 3 livelli per distinguere quando il deficit diventa investimento legittimo — e quando è solo debito mascherato.
Link all'articolo completo ↓https://monguzziinfocom.blogspot.com/2026/02/il-prezzo-della-neve.html

Hashtag:
#MilanoCortina2026 #Olimpiadi #Sostenibilità #TransizioneEnergetica #Alpi #Policy


Apocalisse Time

 Apocalisse Time: Quando l'Orologio Segna 85 Secondi e il Cavallo Piange per Noi

di -MM- Marco Monguzzi -marca temporale venerdi 28/01/2026 h09.33 am. Mahdia Capo Africa.

Martedì scorso gli scienziati atomici hanno spostato l'Orologio dell'Apocalisse a 85 secondi dalla mezzanotte. I media internazionali si sono gettati sulla notizia come falchi su un picnic, offrendoci l'ennesima dose di adrenalina catastrofista. Sarebbe piaciuto a Machiavelli questo balletto della leadership della paura: più l'orologio avanza, più qualcuno consolida il proprio potere narrativo. È la terza volta in cinque anni che l'ago si avvicina alla fatidica mezzanotte — quasi un ticchettio compulsivo per chi specula sull'ansia collettiva.

Ma fermiamoci un attimo. Questo "orologio" ha qualcosa di profondamente anacronistico: presuppone un tempo lineare, un conto alla rovescia verso la catastrofe, mentre il nostro presente sembra aver invertito proprio questa logica. Viviamo in un'epoca che si interroga su quanto abbiamo sbagliato nel passato, non su quanto manchi alla fine. L'apocalisse, nella sua accezione originaria, non è affatto la fine del mondo: è rivelazione (dal greco apokálypsis, "togliere il velo"). Non distruzione, ma svelamento. Eppure oggi la parola evoca solo fumo, cenere e panico — abbiamo dimenticato che l'enfasi originale era sulla luce che squarcia l'oscurità, non sull'oscurità stessa.

L'Apocalisse in Do Maggiore (e in Altri Toni)

Se vogliamo capire come l'umanità abbia davvero elaborato il tema della fine dei tempi, basta ascoltare la musica. Non quella dei titoli di testa dei telegiornali, ma quella dei grandi compositori:

  • Verdi nel Requiem ci sbatte addosso il Dies Irae con grancasse che paiono terremoti e trombe che squarciano i cieli — terrore puro, sì, ma anche sublimità.

  • Mozart, più austero, nel suo Requiem trasforma il giudizio finale in una danza angelica e tremenda.

  • Berlioz nella Grande Messe des Morts schiera un esercito di ottoni per simulare le trombe del giudizio.

  • Franz Schmidt con Das Buch mit sieben Siegeln compone un intero oratorio sui sette sigilli, i quattro cavalieri e la distruzione cosmica.

  • E poi c'è Messiaen, prigioniero in un campo tedesco nel 1941, che scrive il Quatuor pour la fin du temps: non una catastrofe, ma un'estasi spirituale sull'eternità. L'apocalisse come liberazione dal tempo, non come sua fine.

Persino Wagner, con il Götterdämmerung (Crepuscolo degli Dei), ci ricorda che ogni fine è anche un inizio: il Valhalla brucia, il Reno straripa, ma dalle ceneri nasce un mondo nuovo. Niente paura: è solo il vecchio ordine che cede il passo.

I Quattro Cavalieri... in Peluche

E mentre l'Orologio Atomico scandisce i suoi 85 secondi, in Cina un operaio distratto cuciva male la bocca a un peluche. Voleva creare un cavallino sorridente per il Capodanno lunare — quest'anno è l'Anno del Cavallo — ma per errore gli ha cucito la bocca all'ingiù. Nacque così il "cavallo che piange", bestseller involontario del Festival di Primavera.

Gli utenti cinesi non hanno esitato: «Il cavallo triste è la faccia che hai al lavoro; quello sorridente è quella che fingi dopo le 18». Il giocattolo è diventato virale non per design, ma per empatia involontaria. Un'icona della precarietà esistenziale, nata da un refuso di cucito.

Ironia della sorte: mentre i media occidentali ci terrorizzano con i Quattro Cavalieri dell'Apocalisse (Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte), in Oriente arriva un quinto cavaliere — il Cavallo che Piange — a ricordarci che l'apocalisse quotidiana è fatta di turni massacranti, stipendi da fame e sorrisi cuciti a rovescio.

E per il Ramadan? Arriva il Montone di Peluche

Intanto, mentre ci avviciniamo al Ramadan, il montone tradizionale per i festeggiamenti ha subìto un'impennata di prezzi: l'allevamento non intensivo fatica a soddisfare una popolazione in crescita, rendendo il sacrificio rituale quasi impossibile per molte famiglie. Non stupiamoci se presto qualche imprenditore lungimirante lancerà il "montone di peluche con campanellino d'oro": un omaggio eco-friendly alla tradizione, perfetto per chi vuole celebrare lo spirito del sacrificio senza il puzzo di stalla.

Conclusione (Semi)Seria

L'Orologio dell'Apocalisse segna 85 secondi. I media urlano. I potenti speculano sulla paura. Ma forse l'unica vera rivelazione (apocalisse, appunto) è che siamo stanchi di contare i secondi verso una catastrofe immaginaria, mentre trascuriamo le piccole apocalissi quotidiane: il cavallo che piange, il montone che costa troppo, il sorriso cucito a rovescio.

E allora respiriamo. Ascoltiamo un po' di Messiaen. Ridiamo del nostro panico collettivo. Perché, come diceva un saggio peluche cinese con la bocca storta:

Per l'apocalisse c'è tempo.
E forse, alla fine, non arriverà neppure in treno.

-mm- 


L’Artico tra sovranità storica, diritto del mare e nuove tensioni strategiche

 L’Artico tra sovranità storica, diritto del mare e nuove tensioni strategiche

di -MM- Marco Monguzzi -marca temporale venerdi 23/01/2026 h 10.30 am. Mahdia

Introduzione

A Lenno, sulle rive del lago di Como, la Villa del Balbianello si erge come un miraggio tra cipressi e acque scintillanti. Luogo di riposo per cardinali, set cinematografiche per Star Wars: Episodio II e Casino Royale, nasconde però un’anima meno nota, ma profondamente legata ai confini estremi del pianeta: ospita infatti il più importante museo italiano dedicato alle spedizioni polari, con un focus particolare sull’Antartide.[^1] È qui, tra modellini di slitte, bandiere sventolate al vento dei ghiacci e le lettere ingiallite di esploratori dimenticati, che il mito del Polo incontra la memoria collettiva — non come semplice avventura, ma come anticipazione di ciò che oggi chiamiamo geopolitica artica.

Per gran parte della storia moderna, l’Artico — come l’Antartide — è stato percepito come un’estensione periferica del sistema internazionale: un territorio remoto, inospitabile, marginale nelle narrazioni globali. Solo in rare occasioni ha catturato l’immaginario collettivo: dalla tragica epopea del dirigibile Italia di Umberto Nobile nel 1928 al dramma della “Tenda Rossa”, storie di coraggio e solitudine che sembrano uscite da un romanzo più che da un bollettino diplomatico.[^2]

Oggi, però, il Grande Nord non è più terra di esploratori solitari, ma un nodo strategico dove si intrecciano sicurezza nucleare, competizione economica e ridefinizione giuridica dei confini marittimi. A differenza dell’Africa, mai soggetta a una “Conferenza di Berlino artica”, la regione è stata suddivisa in due fasi storiche distinte, entrambe caratterizzate da visioni contrastanti di sovranità e controllo.[^3]


Fasi storiche della delimitazione artica

1. La teoria dei settori polari (1907–1926)

All’inizio del XX secolo, Canada e Impero russo — quest’ultimo sostituito dall’Unione Sovietica — avanzarono la cosiddetta Teoria dei Settori, secondo cui linee meridiane tracciate dai confini nazionali fino al Polo Nord avrebbero definito spicchi triangolari di sovranità.[^4] Il Canada formalizzò questa dottrina nel 1925 (anticipata già nel 1907), mentre Mosca la adottò con decreto nel 1926.[^5] Sebbene geometricamente elegante, tale approccio fu respinto da Stati Uniti e Norvegia, che ne contestarono la legittimità giuridica.[^6] La comunità internazionale non la riconobbe mai pienamente, lasciando la questione in sospeso fino all’avvento di un nuovo quadro normativo.

2. L’era dell’UNCLOS (1982–oggi)

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982 ha ridefinito radicalmente la geografia giuridica dell’Artico, sostituendo gli “spicchi” con misure basate sulla distanza dalla costa:

  • 12 miglia nautiche: acque territoriali, con sovranità piena;

  • 200 miglia nautiche: Zona Economica Esclusiva (ZEE), con diritti esclusivi sulle risorse marine.[^7]

La vera contesa contemporanea, tuttavia, si svolge oltre le 200 miglia, sul fondo oceanico. Russia, Danimarca (per la Groenlandia) e Canada stanno conducendo estese campagne oceanografiche per dimostrare che le loro piattaforme continentali si estendono geologicamente oltre il limite convenzionale, al fine di rivendicare diritti esclusivi su aree ricche di idrocarburi e minerali.[^8]


Precedenti storici: il caso dell’Alaska

Un precedente fondamentale nella geopolitica artica è l’acquisto dell’Alaska da parte degli Stati Uniti nel 1867. All’epoca, il territorio — noto come America Russa — era una colonia dell’Impero russo, divenuta economicamente insostenibile e strategicamente vulnerabile di fronte alle ambizioni britanniche nel Canada.[^9] Lo zar Alessandro II decise quindi di cederla per 7,2 milioni di dollari, l’equivalente di circa 2 centesimi per acro (circa 140–150 milioni di dollari odierni) per un’area di oltre 1,5 milioni di km².[^10]

Il Trattato di Cessione, firmato il 30 marzo 1867, fu redatto in inglese e francese — lingua diplomatica della corte russa — ma non in russo.^11(?) Il pagamento, effettuato solo il 1° agosto 1868, fu intestato a Edouard de Stoeckl, ministro plenipotenziario russo, e l’assegno originale è oggi conservato negli Archivi Nazionali degli Stati Uniti, tra i documenti più visitati.[^12] Inizialmente deriso come “la follia di Seward”, l’affare si rivelò strategico: la scoperta dell’oro nel Klondike (1896) e, in seguito, di enormi giacimenti di petrolio e gas, trasformò l’Alaska in uno dei territori più redditizi dell’Unione.[^13]

Questo episodio illustra una verità duratura: il valore geopolitico dell’Artico emerge spesso in ritardo rispetto alla sua acquisizione — ma quando emerge, è decisivo.


L’Artico contemporaneo: sicurezza, clima e nuovi attori

Oggi, la penisola di Kola — cuore della deterrenza nucleare russa — ospita la maggior parte delle armi strategiche di Mosca, posizionate a ridosso di Norvegia e Finlandia.[^14] Secondo Andreas Østhagen, Senior Fellow del The Arctic Institute e ricercatore senior presso il Fridtjof Nansen Institute di Oslo — il principale centro norvegese per gli affari internazionali artici — «nell’Artico, la Russia ha la maggior parte delle armi nucleari strategiche di cui ha bisogno come deterrenza. È una garanzia di sicurezza e sopravvivenza».[^15] Tale presenza non è puramente difensiva: funge da segnale di forza verso la NATO e i Paesi nordici.^16

Di fronte a questa minaccia, la Groenlandia assume un ruolo cruciale. Situata lungo le traiettorie missilistiche tra Russia e costa orientale degli Stati Uniti, ospita la Pituffik Space Base, base statunitense garantita da un trattato del 1951 con la Danimarca.[^17] Come osserva Østhagen, «qualsiasi cosa la Russia voglia inviare verso il Nord America — missili balistici, ipersonici o bombardieri nucleari — viaggerebbe principalmente attraverso lo spazio aereo groenlandese».[^18]

Parallelamente, il cambiamento climatico sta sciogliendo il ghiaccio marino a un ritmo senza precedenti. Entro pochi decenni, d’estate potrebbe scomparire del tutto, aprendo rotte commerciali come la Via Marittima del Nord e rendendo accessibili risorse minerarie finora intrappolate.[^19] Questa “tempesta perfetta” di fattori — sicurezza, clima, risorse — ha attratto non solo le otto nazioni artiche, ma anche attori extra-regionali come Cina, India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Indonesia, interessati più a status strategico che a espansione territoriale.[^20]

Come sintetizza Østhagen: «C’è l’idea che lassù stia succedendo qualcosa di decisivo — e che chi non ci sarà, rischierà di restare indietro».[^21]


Conclusioni

L’Artico non è più un vuoto bianco sulla mappa, ma un laboratorio di sovranità fluida, dove il diritto internazionale, la geologia sottomarina e la deterrenza nucleare si sovrappongono. Non esiste un “anno zero” di spartizione, ma un processo continuo, ancora in corso, che mescola scienza, diplomazia e potenza. In questo nuovo Grande Nord, il ghiaccio si scioglie — ma le tensioni si induriscono.


Note

[^1]: Museo delle Esplorazioni Polari “Silvio Zavatti”, Villa del Balbianello, FAI – Fondo Ambiente Italiano. Cfr. https://www.fondoambiente.it/luoghi/villa-del-balbianello.

[^2]: Wilbur Cross, Disaster at the Pole: The Tragedy of the Airship Italia and the 1928 Nobile Expedition, Lyons Press, 2002.

[^3]: W. E. Butler, The Arctic and International Law, Martinus Nijhoff, 1978.

[^4]: John H. Crabb, The Nordic Challenge: Scandinavia and the Superpowers, Praeger, 1985, p. 72.

[^5]: Oran R. Young, The Arctic: A Regional Regime in the Making, in International Regimes, Cornell University Press, 1982.

[^6]: United States Department of State, Limits in the Seas No. 104: Maritime Claims of the Arctic Coastal States, 1986.

[^7]: United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), Montego Bay, 10 December 1982, Art. 3 e 55.

[^8]: Ron Macnab, “Continental Shelf Submissions in the Arctic: Legal and Scientific Challenges,” Ocean Development & International Law, vol. 42, no. 1 (2011), pp. 1–19.

[^9]: David Hunter Miller, The Alaska Treaty, The Huntington Library, 1943.

[^10]: U.S. National Archives, “Treaty with Russia for the Cession of Alaska,” Record Group 11.

[^12]: U.S. National Archives, “Check for the Purchase of Alaska,” August 1, 1868.

[^13]: Claus-M. Naske and Herman E. Slotnick, Alaska: A History, University of Oklahoma Press, 2011.

[^14]: Andreas Østhagen, “After the Russian invasion of Ukraine in February 2022, Norway’s proximity to Russia is cause for security concerns along three strands,” The Arctic Institute, February 25, 2022.

[^15]: Intervista citata in Østhagen, “Trump’s Greenland interest is a sign of a wider Arctic security interest, but the way it is expressed is troubling for Arctic geopolitics,” The Arctic Institute, January 10, 2025.

[^17]: Agreement between the United States and the Kingdom of Denmark regarding the Defense of Greenland, April 27, 1951.

[^18]: Østhagen, “Trump's interest in Greenland overlooks its actual geopolitical significance and will further strain US-European relations,” The Arctic Institute, March 29, 2025.

[^19]: IPCC, Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, 2019.

[^20]: Østhagen, “This article explains the dynamics of the United Arab Emirates (UAE) emerging Arctic strategy and the role of Russia and Norway in it,” The Arctic Institute, December 10, 2024.

[^21]: Østhagen, “Trump’s Greenland interest…”, op. cit.


Bibliografia selettiva

  • Østhagen, Andreas. Ocean Geopolitics. Edward Elgar Publishing, 2022.

  • Østhagen, Andreas. Coast Guards and Ocean Politics in the Arctic. Palgrave Macmillan, 2020.

  • The Arctic Institute. Profilo di Andreas Østhagen: https://www.thearcticinstitute.org/expert/andreas-osthagen/

  • UNCLOS (1982). United Nations Treaty Series, vol. 1833.

  • Naske, Claus-M., and Slotnick, Herman E. Alaska: A History. University of Oklahoma Press, 2011.

-mm- 

Il Salone del Clima che non c’è: tra Davos senza neve e Bruxelles senza rotta

 Il Salone del Clima che non c’è: tra Davos senza neve e Bruxelles senza rotta

Quando il “dialogo globale” ignora chi vive il cambiamento ogni giorno — perché servirebbe un nuovo forum, radicato nei territori e non nelle élite.

Il malumore del cielo africano

Da un capo all’altro dell’Africa, il cielo appare oggi gravido di un malumore stagionale. È un grigio freddo che, nell’immaginario collettivo, sembra quasi suggerire un raffreddamento. Eppure, la cronaca racconta una realtà opposta e brutale: il Nord Africa è martoriato da alluvioni incessanti, mentre a sud il Parco Nazionale Kruger chiude i battenti sotto il peso di inondazioni senza precedenti.

Nello stesso istante, a Davos, le immagini satellitari restituiscono l’istantanea di un paesaggio “spennacchiato”: strade e tetti sono privi di quella neve che, nelle foto d’archivio, abbondava a metri. Qui, dal 19 al 23 gennaio 2026, l’élite globale si riunisce sotto lo slogan “Lo spirito del dialogo”. Ma quale dialogo è realmente possibile quando i segnali del territorio — la neve che scompare, le piogge che devastano — smentiscono categoricamente le narrazioni ufficiali?

In montagna, il dato è inequivocabile: a quote abitative restano appena 33–39 cm di neve contro una media storica di 83 cm. È il segnale di un trend consolidato: inverni troppo miti per sostenere manti nevosi sotto i 1500 metri. Questa discrepanza tra esperienza locale e discorso globale trasforma il riscaldamento globale in una crisi narrativa: non è una bufala, ma la sua riduzione a slogan superficiale genera uno scetticismo reattivo proprio dove servirebbe ascolto.

Lo “spirito del dialogo” e il peso del portafoglio

Resta un fatto incontrovertibile: lo “spirito del dialogo” è spesso direttamente proporzionale all’investimento economico. In economia climatica, questo si traduce nel concetto di Loss and Damage (perdite e danni). Il dialogo diventa autentico solo quando chi possiede le risorse investe concretamente nella protezione di chi, come le popolazioni africane, subisce gli effetti di un sistema industriale a cui non ha mai partecipato.

Quando il dibattito si riduce a fazioni binarie — allarmisti contro negazionisti — restano schiacciate le comunità che affrontano ogni giorno l’instabilità del clima senza voce né risorse.

Dalla Torino delle carrozzerie alla Bruxelles dell’incertezza

Parlo come chi ha vissuto l’epoca d’oro della comunicazione industriale. Ricordo i Saloni di Torino e Bologna degli anni ’60 e ’70: oltre 500 espositori da ogni angolo del pianeta. Nel 1965, 68 marche automobilistiche — tra cui 14 italiane come Abarth, Bizzarrini e Siata — mostravano al mondo architetture meccaniche leggendarie. Era un’Italia gigante mondiale della componentistica, capace di attirare 600.000 visitatori in un ingranaggio vivo, profumato di gomma e ambizione.

Oggi, il Salone di Bruxelles accoglie 67 marchi con 11 anteprime mondiali, ma l’atmosfera è sospesa. C’è un’incertezza paralizzante sulla transizione dai motori a combustione. Mentre gruppi come Stellantis (si veda la nuova Lancia Ypsilon Rally2 HF) ribadiscono l’impegno per l’elettrico, dietro le quinte il mercato frena. Se l’Europa non confermerà con fermezza il divieto ai motori termici entro il 2035, le aziende saranno costrette a un disinvestimento di sopravvivenza” verso l’ibrido, rallentando quella scala industriale necessaria a rendere l’elettrico un bene accessibile — e non un lusso per pochi.

La banalità dell’inerzia climatica

Questa esitazione riflette perfettamente la schizofrenia tra Davos e Bruxelles:

  • A Davos, si celebra il dialogo mentre l’assenza di neve urla l’inerzia politica.

  • A Bruxelles, si espongono auto lucenti mentre il sistema trema davanti alla spinta cinese (BYD, NIO, Geely) e alla propria mancanza di una rotta chiara.

Qui torna attuale la banalità del male” di Hannah Arendt: non una crudeltà manifesta, ma un’assenza di pensiero, un conformismo burocratico che permette di partecipare ai summit continuando a decidere come se nulla fosse. È il male della distrazione organizzata — l’abitudine a parlare di futuro senza mai cambiarne il corso.

Per un Salone del Clima radicato nei territori

Forse è tempo di immaginare un nuovo tipo di “Salone del Clima”: itinerante, decentrato, lontano dai velluti delle élite. Un forum dove i contadini del Sahel, i pescatori del Nilo e gli artigiani delle Alpi possano mostrare non solo i danni, ma le loro soluzioni di resilienza.

Sarebbe un atto di giustizia cognitiva: riconoscere che chi vive il clima ogni giorno ha più da insegnare di chi lo gestisce da lontano. Il vero salone del futuro non avrà loghi, ma avrà l’odore della terra, il fango delle alluvioni e la dignità di chi non ha scelto di essere al centro della crisi, ma ha scelto di non arrendersi ad essa.

Note

  1. Dati ARPA e osservatori alpini, confronto medie 1971–2000 vs. 2025–2026.

  2. Brussels Motor Show 2026 – Official Press Kit.

  3. H. Arendt, La banalità del male (1964). Applicazione al contesto dell’Antropocene sviluppata da Bruno Latour e Amitav Ghosh.

Marco Monguzzi

L’Autore
Ex Continental AG   – Head of Advertising per l’Italia. Già Responsabile Organizzativo per la comunicazione di una delle principali multi
nazionali automotive. Oggi vive a Mahdia, in Tunisia, dove scrive e collabora a progetti di sviluppo rurale e giustizia climatica nel bacino del Mediterraneo.


Sentiment positivo, negativo, neutro: il mondo in tre tonalità.

 Sentiment positivo, negativo, neutro: il mondo in tre tonalità

Ogni giorno, milioni di parole corrono per il mondo: sui social, nei notiziari, nei discorsi dei leader, nelle sale cinematografiche.
Alcune trasmettono speranza, altre paura; altre ancora sembrano non dire nulla — eppure contano lo stesso.

È qui che entra in gioco l’analisi del sentiment: un modo per misurare l’“umore” collettivo, quasi come un termometro sociale.
In pratica, ogni frase viene valutata: è
positiva, negativa o semplicemente neutra?
Il quadro generale non nasce da un’unica voce, ma dalla somma di tanti piccoli giudizi — spesso in contraddizione tra loro.

C’è una scena indimenticabile nel Robin Hood della Disney (1973): è notte fonda, e due avvoltoi di nome Crucco e Tonto pattugliano il bosco ripetendo con aria tranquilla:
“È l’una di notte… e tutto va bene!”
Peccato che, proprio mentre lo dicono, il pericolo stia già bussando alla porta.

Oggi, quel verso sembra tornare d’attualità.
Perché anche noi, a volte, ripetiamo che “tutto va bene” — mentre tempeste silenziose si preparano all’orizzonte.

Prendiamo martedì 6 gennaio 2026.
Da un lato,
il mondo sorride.
Al botteghino,
Zootropolis 2 trionfa con 559,5 milioni di dollari in soli cinque giorni: il debutto più alto di sempre per un film d’animazione Disney. Ma non è solo un successo commerciale. La sua trama gialla rinnova un’allegoria sociale potente — parlando di fiducia, diversità, giustizia. Per la Disney, è il secondo miliardo consecutivo dopo Oceania 2: un segnale di vitalità in tempi incerti.

Ma basta spostare lo sguardo, e il clima cambia.
Il mondo si oscura.
Nel weekend,
Nicolás Maduro è stato catturato dagli Stati Uniti. Donald Trump giustifica l’operazione con accuse durissime — “Mandava droga per avvelenare gli americani” — ma aggiunge subito dopo, con la schiettezza che lo contraddistingue:
“Ci hanno preso tutto il petrolio di recente… e lo vogliamo indietro.”

Frasi ruvide, scomode — ma verosimili.
Dietro c’è la vecchia lotta per le risorse. E il timore che, ancora una volta, qualcuno faccia da
gatto nella celebre favola di Jean de La Fontaine, La scimmia e il gatto: la scimmia, golosa, convince il gatto a tirar fuori le castagne dal fuoco; lui si scotta le zampe, lei se le mangia tutte.

Eppure, tra luce e ombra, c’è una terza zona: il neutro.
Non è indifferenza. È
attesa.
È la realtà di chi ogni mattina controlla il saldo del fondo pensione, del libretto per i figli, del gruzzolo per la casa — e scopre, sorpreso, che oggi quel valore è
leggermente cresciuto.

Non perché abbia fatto qualcosa di diverso.
Ma perché, a migliaia di chilometri di distanza,
il mondo ha tremato.

Le borse europee aprono in rialzo: DAX +0,4%, CAC 40 +0,2%, FTSE MIB +0,25%. Perché? Perché il Venezuela — una delle riserve petrolifere più grandi del pianeta — potrebbe finalmente uscire da un’instabilità decennale.
E quando il petrolio fluisce più liberamente, l’economia globale respira meglio.
Anche i vostri risparmi, così modesti eppure così importanti, ne beneficiano.
Non è magia: è la
catena invisibile che lega un’operazione in Sudamerica al vostro conto in banca.

Ma c’è di più.
Proprio nel momento in cui il mondo sembra muoversi tra giochi di potere e strategie di forza,
la natura ci ricorda un’altra verità.

Uno studio su Nature Geoscience rivela che i terremoti sottomarini, pur violenti, non sono solo distruzione.
Squassando il fondale, liberano nutrienti dal profondo della Terra. Questi risalgono in superficie e innescano
fioriture di plancton visibili dallo spazio, estese per centinaia di migliaia di chilometri quadrati.

Da uno scuotimento, nasce vita.

È una lezione potente. Perché anche le società umane, quando vengono scosse — da crisi, conflitti, cambiamenti improvvisi — non si limitano a crollare. Spesso si adattano, si trasformano, rinascono.
Non sempre. Non subito. Ma sì — soprattutto quando non smettono di cercare luce, anche nel buio più fitto.

Così, se un analizzatore di sentiment dovesse leggere questa giornata, forse non la classificherebbe come “positiva” o “negativa”.
Forse la definirebbe
equilibrata:

  • Positivo: il successo di una storia che unisce, la crescita dei risparmi, la fioritura del plancton.

  • Negativo: la cattura di un leader, le accuse strumentali, il cinismo delle alleanze.

  • Neutro: la consapevolezza che il cambiamento nasce spesso dal caos — e che il mondo, per fortuna, non è mai solo bianco o nero.

Forse, allora, non si tratta di scegliere tra ottimismo o pessimismo.
Ma di riconoscere che
il mondo è fatto di tutti e tre: luce, ombra e quel grigio fertile da cui, spesso, nasce il futuro.

Anche i vostri risparmi — anche la vostra speranza — fanno parte di questo ciclo.

E, come gli avvoltoi di Disney, forse faremmo bene a non ripetere troppo in fretta:
“Tutto va bene.”

Meglio ascoltare.
Meglio guardare.
E prepararsi a
fiorire, anche dopo il terremoto.

-mm-