Quel albero di "tasso" nel giardino dimenticato del pensiero
di Marco Pietro Monguzzi
Mentre il mondo si affanna per gli avatar digitali e il nuovo feudalesimo tecnologico, l'unica vera resistenza è recuperare la lentezza del pensiero critico.
7 ottobre 2026. Ieri sera ho ricevuto le prime, affascinanti immagini di una copiosa nevicata in montagna, lontano da qui. Laggiù il clima accarezza l'autunno e, dopo un settembre di maltempo, la natura offre ora giornate indimenticabili.
Il mio sguardo, oltre l'attuale orizzonte, si posa su un vecchio albero di tasso del giardino. È una pianta dalla crescita lentissima, dalle radici tenaci, che resiste al tempo e alle intemperie. La ricordo e mi sembra la perfetta, malinconica metafora di quel "giardino dimenticato del pensiero" umano: un luogo lento, antico, faticoso, che oggi stiamo barbarmente sacrificando sull'altare della fretta digitale. E infatti, basta voltarsi verso lo schermo per trovare l'esatto opposto di quella pace.
L’eco delle notizie rimbomba su Ebola e nuove minacce pandemiche da monitorare secondo l'OMS, mentre lo scenario della geopolitica globale è un insieme di botte da orbi: per dirla in termini spicci, “se le stanno dando di santa ragione”.
Per il resto, osservo l'evoluzione socio-tecnologica in corso e mi accorgo che fatico a mantenerne il ritmo. La lucidità mentale, con gli anni, deve fare i conti con il tempo e, alla vetusta età di quasi ottant'anni, verrebbe quasi da autocompatirsi. Ma poi guardo da vicino gli sviluppi dell'Intelligenza Artificiale e degli agenti digitali, e il quadro diventa a dir poco kafkiano se raffrontato alla scala umana delle priorità e dei profitti.
In Cina, ad esempio, è in corso un programma pilota per il rilascio di carte d'identità a "esseri umani digitali" generati tramite IA. Il documento riporta nome, data di nascita, indirizzo e tratti somatici, e consente a queste entità di possedere un portafoglio di valuta digitale. All'inizio di quest'anno, il primo avatar ha ricevuto un documento ufficiale dal governo: un'identità che permette ai suoi creatori di aprire wallet aziendali e stringere partnership commerciali in settori quali moda, videogiochi e automotive.
Secondo un rapporto del 2025 della Communication University of China, in Cina esistono almeno 1,3 milioni di aziende legate al settore degli umani digitali. Il mese scorso, Pechino ha pubblicato una nuova guida per le emittenti televisive e i servizi di streaming, esortandoli a registrare i propri avatar. Ciò avviene mentre varie agenzie governative varano piani per regolamentarli, in linea con l'iniziativa del presidente Xi Jinping di sviluppare "nuove forze produttive di qualità" e rafforzare l'autosufficienza del Paese nell'IA.
Se in Cina l'uso è legato al live-commerce e alla propaganda, il mercato globale è significativamente più ampio, guidato dal Nord America con l'Asia-Pacifico in rapidissima ascesa. A livello mondiale, il mercato degli esseri umani digitali è stimato tra i 31 e i 50 miliardi di dollari nel biennio 2024-2025. Le proiezioni indicano una crescita esplosiva (circa il 40% annuo), che porterà il settore a superare i 250 miliardi entro il 2030. L'Europa segue con una forte adozione nel retail, nella moda di lusso, nei servizi finanziari e in ambito educativo.
Come stiamo usando questi "umani"?
Influencer Virtuali: Gli avatar iper-realistici dominano il marketing. La modella nippo-americana Lil Miquela ha milioni di follower e ha lavorato per Calvin Klein e Prada; la giapponese Imma collabora con Tommy Hilfiger e IKEA. Sono ormai uno standard per abbattere i costi dei servizi fotografici.
Intrattenimento e K-Pop: In Corea del Sud le "Virtual Idol" sono un fenomeno di massa. Gruppi come le Mave o le K/DA ottengono milioni di visualizzazioni. In Giappone, la cultura dei VTuber è un'industria a sé stante che genera profitti altissimi.
Assistenza e Sanità: Banche e grandi aziende sostituiscono i chatbot testuali con assistenti visivi dotati di riconoscimento emotivo. Nel settore sanitario, gli avatar offrono supporto psicologico e vengono usati per la formazione medica in realtà virtuale.
Il nodo fiscale: chi paga le tasse per un umano che non esiste? Poiché un avatar non possiede personalità giuridica, non è un soggetto fiscale. L'obbligo di dichiarare i proventi ricade sull'entità legale che ne detiene la proprietà intellettuale. Ma il trattamento fiscale presenta peculiarità enormi rispetto agli influencer in carne ed ossa:
Reddito d'impresa vs Partita IVA: Se l'avatar è di un'agenzia, i compensi confluiscono a bilancio come ricavi aziendali (soggetti a IRES). Se dietro c'è un creatore indipendente, i proventi rientrano nel lavoro autonomo (in Italia con codice ATECO 73.11.03), con pagamento di IRPEF e contributi INPS.
Il vantaggio della Proprietà Intellettuale: Questa è la vera differenza. L'umano cede i diritti della propria immagine; l'avatar è un asset immateriale, un'opera dell'ingegno. Quando un brand assume un avatar, paga una licenza d'uso. I ricavi possono essere inquadrati come diritto d'autore, godendo in Italia di una tassazione agevolata (deduzioni forfettarie fino al 25% o 40% per i giovani) senza documentare le spese. A livello societario, si può sfruttare il Patent Box.
IVA e Barter: Le prestazioni sono servizi commerciali soggetti a IVA. Attenzione poi ai "cambi merci": se un brand invia prodotti fisici al creatore per digitalizzarli, quel bene ricevuto in "regalo" è una prestazione in natura: va quantificato e tassato come reddito effettivo.
I controlli (Direttiva DAC7): È sempre più difficile nascondere i guadagni. In UE, le piattaforme comunicano in automatico al fisco i compensi lordi dei creatori sopra i 2.000 euro annui. Il fisco incrocia i dati con i conti correnti.
L'arma del ritardo: perché i media e la politica tacciono Ma c’è un paradosso enorme, un silenzio assordante che avvolge tutto questo. Mentre l'informatica e la rete corrono a velocità inaudite, le persone comuni vengono tenute rigorosamente all'oscuro. I media tradizionali e la classe politica, con una complicità che rasenta il cinismo, filtrano e annacquano queste rivoluzioni, riducendole a banalità o a spauracchi fantascientifici.
Non è disinteresse, è una strategia precisa: il ritardo. In un Paese come l’Italia, il "ritardo sociale" e digitale non è un difetto di fabbrica, ma il vero, inconfessabile motore del potere. Mantenere la popolazione indietro, analfabeta funzionale rispetto alle vere dinamiche della rete e dell'automazione, serve a preservare intatti i privilegi della casta politica e burocratica. Se il cittadino medio comprendesse davvero come l'IA stia ridisegnando l'economia, o come i dati vengano usati per manipolarne il consenso, la rabbia esploderebbe. Il ritardo cognitivo imposto dall'alto è l'unico argine al cambiamento, l'unico modo per mantenere la sudditanza di un popolo a cui viene negato il diritto di comprendere il proprio futuro.
Il vero nervo scoperto: il mantenimento dello status quo E veniamo al punto cruciale, il vero nervo scoperto della questione. Se un algoritmo o un automa sostituisce un lavoratore, lo Stato perde l'imposta sul reddito e i contributi previdenziali. Se continuiamo a spremere fiscalmente solo il lavoro umano (che inevitabilmente si ridurrà) per mantenere il sistema, il welfare state collasserà. Tassare la ricchezza generata dall'automazione servirebbe a finanziare un Reddito di Base Universale, sganciando finalmente la sopravvivenza umana dalla necessità di dover produrre a tutti i costi.
Ma qui tocchiamo l'ostacolo sistemico. Storicamente, l'intera architettura delle nostre società si basa su un patto in cui il lavoro salariato è il principale strumento di sussistenza, ma anche di disciplina e organizzazione sociale. La necessità di lavorare per non finire per strada, unita alla gestione del debito privato, è ciò che tiene in riga il sistema.
Se le macchine producessero l'essenziale e questa ricchezza venisse redistribuita, si spezzerebbe questo millenario meccanismo di dipendenza. Le persone avrebbero un'enorme disponibilità di tempo libero, sicurezza psicologica e risorse per dedicarsi all'istruzione, alla creatività, alla politica o al pensiero critico. In un paradigma simile, i tradizionali strumenti di controllo di massa — la paura della disoccupazione, l'ansia economica e il logoramento del tempo — perderebbero di colpo la loro efficacia. È molto difficile dire a un cittadino sereno, istruito e con i bisogni primari garantiti cosa deve fare o pensare.
Il vero ostacolo alla tassazione dell'IA e alla redistribuzione non è quindi solo tecnico, ma profondamente politico. Significherebbe passare da un'economia costruita sulla scarsità e sulla competizione per sopravvivere, a una basata sull'abbondanza e sulla liberazione del tempo.
Chi oggi detiene i mezzi di produzione intellettuale — i grandi colossi del Tech che possiedono i server, i modelli linguistici e i brevetti degli avatar — ha un potere contrattuale superiore a quello di molti Stati nazionali. La vera sfida dei prossimi anni non sarà calcolare l'aliquota per una "macchina pensante", ma capire se le democrazie avranno la forza politica di riprendersi il controllo della ricchezza prodotta, o se accetteranno di diventare semplici spettatrici di un nuovo feudalesimo digitale.
Marco Pietro Monguzzi

